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Dallo scontrino allo scontro

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Detesto Hegel.
In sincerità però le confesso che è soprattutto perché faccio una fatica boia a districarmi nei suoi scritti. Sarà per via della traduzione dal tedesco, o per via della mia inettitudine o stupidità, senz'altro, ma nelle mie letture filosofiche (ne ho patito di una bulimia quasi patologica fino dall'adolescenza, attenuatasi solo con l'arrivo dei figli) Hegel mi era terribilmente faticoso, e alla lunga insoffribile più ancora di Heidegger. 
Era insoffribile perché appariva astruso e in definitiva poco onesto: mi dava la sensazione di usare la sua sterminata erudizione per inseguire e costruire formule che fossero volutamente non-univoche e poco chiare, al fine di essere difficili da confutare ("Non falsificabili" direbbe Lei, se è un vecchio popperiano) e così tutelare o rinforzare l'autorità del suo personaggio.
Quindi non so che dire, Hegel (per affinità o per reazi0ne) può entrare in tutto quanto il pensiero occidentale, fino alla ricetta del Caciucco, quindi qualsiasi collegamento è possibile; ma non sta davvero tra i miei punti di riferimento. Se mai in questo tema ci può essere una prospettiva Weberiana (Weber lo è, un punto di riferimento). Lo "sfondo razionalista del Calvinismo" è individuato da Weber, ma una volta visto, facilmente riconoscibile in molti personaggi storici che col Calvinismo ebbero legami magari solo indiretti o familiari e apparentemente remoti (Descartes, Leibniz, Locke, perfino Newton). 
Di hegeliano (intenzionalmente) non c'è nulla, al più può trovare echi indiretti per tramite di Horkheimer Adorno e Habermas.

Volando molto molto più in basso, Le dico solo che in base al pensiero mio-di-me, alle sole convinzioni mie, non esiste nessuna ragione universale.
Alcune caratteristiche dello spirito, come il razionalismo cui si accennava qui (o se ci piace poco la terminologia hegeliana, diciamo alcuni tratti delle forme mentali) si producono per ragioni contingenti, che però non sono casuali. Avviene che un riformatore, un profeta, una rivoluzione religiosa o non religiosa, ma pure uno tsunami o una peste bubbonica, creano una mutazione genetica (resto su questa metafora ormai) nell' idem sentire di un gruppo sociale primario (comunità). Da qui si innesca un lungo processo storico, che può condurre verso direzioni altre rispetto a quanto previsto e desiderato da chi quel processo innescò, come nell'esempio da lei citato di Calvino e della sua Ginevra.
Solo questo, qui, avevo affermato.

Mi pare però di notare una velata acrimonia nel suo scritto, pur temperata dalla sua elegante compostezza:

per realizzare l'uomo nuovo, da identificarsi nell'uomo "moderno laico e secolarizzato"

Non credo di meritare questa ironia. Che l'Uomo Moderno (occidentale, sottinteso) sia laico e secolarizzato, mi pare si possa condividere. E che sia nuovo (rispetto all'Uomo medievale) è parte del concetto stesso di Modernità, quello che proponevo di ripassare.
Moderno non ha il significato neutro di "recente", ma proprio quello dirompente di Nuovo rispetto al passato. Il Modern è un'era distinta nella periodizzazione classica della Storia perché segna una cesura essenziale nel divenire dell'umanità; e dire Moderno (consapevolmente, non riferito a un televisore) è voler sottolineare questa cesura.

Il dibattito sulla Modernità però non si è mai concluso del tutto, perché ci sono ancora quelli (specie tra i cattolici, per ragioni ovvie) che questa cesura vorrebbero negare.
Non ho ben capito se lei sia tra quelli, già in un precedente scambio di opinioni lo pensai, ma urbanamente non lo domandai direttamente. Non lo domando nemmeno stavolta, sperando così di preservare almeno in parte la sua benevolenza.

Già ho fatto incazzare abbastanza gente, qui su nFA.

quando sento o leggo parlare di "uomo nuovo" mi vengono sempre in mente i programmi totalitari di destra o di sinistra che hanno funestato il XX secolo.

Nel Suo discorso l'uomo nuovo sarebbe invece il risultato non intenzionale dello sviluppo storico: resta una categoria opinabile, perché se davvero gli europei contemporanei fossero radicalmente nuovi rispetto a quelli medievali non ci sarebbe possibilità di comprenderne la civilità.

Io sono piuttosto propenso a non credere ad una frattura netta, anzi ho l'impressione che tra Medioevo, Prima modernità, Illuminismo e contemporaneità vi siano continuità che la smentiscono. Piuttosto, vedo graduali trasformazioni ma anche ripensamenti e recupero di motivi del passato: sarò condizionato dall'ottica del giurista, ma la sopravvivenza attraverso i secoli di gran parte del diritto romano - sia pure con gli adattamenti che ogni epoca ha ritenuto necessari - e la grande attenzione che oggi è rivolta ad esso anche da studiosi americani e cinesi mi fa pensare che la cesura non ci sia.

En passant: qualche mese fa assistetti ad una conferenza del prof. Moltmann, celebre teologo riformato, nel corso della quale egli definì la teoria di Weber circa il legame tra protestantesimo e capitalismo "un falso storico". 

Procedo a ritroso rispondendo le sue tre (anzi quattro) considerazioni a partire dal fondo.

Lei ritiene "confutata" la celebre tesi di Weber circa i nessi tra etica protestante e capitalismo (moderno), mentre io credo che la somma di tutti i suoi "confutatori" (e quanti, ce ne sono) non valga una delle sue ciabatte.
Questa è una divergenza di opinioni che temo resterà tale.
Le confesso solo una ragione più intima, mia personale, per cui sono così profondamente convinto delle verità sostanziale di questa tesi. Nella mia sesquipedale ignoranza, da ragazzo io divoravo libri di Filosofia e Storia da autodidatta, rubando il tempo agli studi di Fisica e Analisi Matematica su cui meglio avrei dovuto concentrarmi, ma non conoscevo la tesi di Weber.
Avevo notato dei tratti comuni ad alcuni uomini del passato con altri uomini del presente, di uomini nati un luogo e altri nati in un altro luogo, ma non riuscivo a mettere insieme i pezzi del puzzle. Manlio Anicio Severino Boezio era simile, nell'afflato emotivo, a Erasmo da Rotterdam, pur essedoci mille anni nel mezzo. Tra Erasmo e Cartesio invece stavano solo cento anni, ma v'era una distanza abissale. Non capivo. Shakespeare è l'inglese per antonomasia ma non sembra punto un inglese: nella forma mentale mi pareva piuttosto un hidalgo spagnolo. Pascal era più inglese di lui, eppure Pascal era Francese. Ma perché? Paolo Sarpi nel 1600 era già veneto quanto i redattori di nFA, mentre Benedetto Croce fu il campione di un tipo d'uomo affatto diverso, in cui si riconosce lo stampo di una pletora di pensatori e intellettuali (e giuristi) meridionali di valore, di cui si potrebbe fare facilmente una lista. Ma da dove vengono questi tratti comuni? Anche nella mia Toscana, che conosco meglio, vedevo dei tratti comuni a molti uomini, ben riconoscibili, di cui non capivo origine e senso. Curzio Malaparte ci racconta magnificamente i Maledetti Toscani ma non ce li spiega mica. Io leggevo la biografia di Bettino Ricasoli, e ci riconscevo lo stesso ascetismo di Isaac Newton, e la stessa lucida severità di John Locke. Indossava pure la stessa giubba nera. Ma cosa c'entrava? Come mai Ricasoli e Locke si somigliavano?
Finché un giorno, per caso, leggendo un passo del compianto Indro Montanelli in cui parlava mi pare di Alessandro Manzoni - o forse era Mazzini - lessi un accenno fugace ai Giansenisti, ed alla mini-riforma di Pietro Leopoldo di Lorena nel granducato tramite il vescovo di Pistoia Scipione de' Ricci. Mi si accese una lampadina.
Da li passai alla polemica di Blaise Pascal contro i Gesuiti, in cui si vedeva il motivo della ricorrente cacciata dei Gesuiti nel momento in cui si trasformano le forme mentali.

Àλήθεια. Avevo trovato la mia risposta: tutti i pezzi del puzzle così andavano a posto.
Quando arrivai a leggere il saggio di Weber, c'ero già arrivato a quella tesi, da solo, indipendentemente da quello.
Lì trovai tutte le conferme, e una grande mole di osservazioni profonde e dati incrociati, in un saggio che pur essendo pure questo tradotto dal tedesco era, al contrario degli scritti di Hegel cui accennavamo ieri, di una chiarezza adamantina. Meravigliosamente chiaro e comprensibile pur essendo assolutamente non-banale. Così scoprii Weber. Poi credo di averlo letto almeno 4-5 volte.
Una ragione più intima per cui sono così affezionato a quella tesi è che l'ho raggiunta da solo, e solo dopo ho scoperto che Max Weber ci era arrivato prima di me (...mannaggia!).

A parte il dissenso su Weber, potrei anche condividere quello che Lei scrive. Non può esserci mai una cesura netta: certo che la Storia è un continuum, fatto anche di ripensamenti e recupero di motivi del passato, in cui ogni istante è collegato ai precedenti e ai successivi senza soluzione di continuità.
Ma in base a questa sua considerazione si dovrebbe concludere che ogni periodizzazione della Storia è sbagliata. Invece le periodizzazioni, se anche sono sempre forzature, hanno un loro importante significato, uno scopo, che consiste nel sottolineare volutamente una differenza ritenuta così importante da giustificare la transizione di un'era.
La periodizzazione classica della Storia con le date che si imparavano alle medie è stata messa da più parti in discussione, ma a mio avviso è abbondantemente giustificata nel suo schema di base.
In particolare è giustificato e decisivo il passaggio Medioevo-Età Moderna; molto più del successivo Età Moderna-Età Contemporanea, che nella prospettiva che mi interessa (l'evoluzione delle forme mentali) è ben meno significativo.
Per questo mi piace di più la terminologia cara alla storiografia anglosassone, che distingue Early-Modern e Modern, facendo continuare la timeline del Modern fino al nostro tempo, senza per nulla introdurre quella Età Contemporanea post Congresso di Vienna che nell'ottica descritta ha poco significato.
Il Moderno siamo ancora noi.

La scrittura "uomo nuovo" ha echi nietszcheani che possono far venire in mente quel che lei dice, si dovrebbe forse cercare una locuzione diversa per stornare questo rischio. Ma dialogando fra me e Lei su un forum, forse non è necessario limare le parole con tale precauzione.
Nella mia idea l'uomo nuovo è quel che scrive lei, solo con una piccola correzione:
E' il risultato non del tutto intenzionale dello sviluppo storico.
Nella costruzione di una Coscienza Collettiva c'è anche una componente intenzionale, anzi nelle intenzioni di chi opera la costruzione c'è solo quella. Solo che a volte il riformatore o il profeta prende un granchio o padella il bersaglio.

Il diritto romano infine. Lei mi passa degli spunti eccellenti ma questa risposta è già troppo lunga, tento di fare solo una breve nota.
Il Diritto Romano (come l'architettura romana, le strade romane, i ponti romani) è un qualcosa che fu prodotto dalle forme mentali romane - che in esso sono stampate - e poi è giunto fino a noi sopravvivendo a quelle.
Se noi ancora oggi lo studiamo e lo prendiamo ad esempio, e se fanno così anche americani e cinesi Lei m'insegna, significa solo che quelle forme mentali erano così potenti da offrire prodotti tanto raffinati da essere ancora modelli ineguagliati, per noi, dopo duemila anni.
Ciò non dimostra che l'Evo Antico non sia mai finito, ché (purtroppo) quelle forme mentali sono estinte. I loro prodotti, quelli che sono sopravvissuti, possono essere ammirati studiati o copiati, ma sono dei fossili. Per rifare Roma, il diritto Romano, le architetture Romane e i ponti Romani non servono mica. Servirebbero i Romani.

il diritto romano che è sopravvissuto ed è stato accolto nei codici moderni è quello rielaborato e dotato di una struttura sistematica dai Glossatori italiani (XII-XIV secolo), dai Post-glossatori italiani, francesi, olandesi (secoli XV-XVI), dalla Seconda Scolastica spagnola (secoli XVI-XVII) che a sua volta fornì nutrimento al Giusnaturalismo (sec. XVIII). Il mutamento più rilevante sta proprio nella sistemazione razionale dei materiali romani: guarda caso, iniziata nel Basso Medioevo e proseguita nei secoli seguenti.

Perché tutti questi glossatori rielaborassero materiali Romani, anziché accadici aztechi o sumeri, o anziché produrre qualche cosa di proprio.
In ogni caso mi pare che così ci si allontani dal punto sollevato da Palma, senza molta utilità. Convengo, come già avevo fatto anche prima, che tutte le periodizzazioni della storia sono frutto di un arbitrio da parte dello storico, e che molti tratti dell'Umanesimo e del Rinascimento affondano le radici nel basso o nell'alto medioevo.
E non mi permetto di dibattere di Diritto Romano, di cui so molto poco, con Lei che è professore.
Ribatto soltanto, tornando sul piano generale precedente, che se il concetto positivo di Modernità è stato elaborato dalla storiografia ottocentesca, nel contesto del mito del progresso positivista, la successiva reazione ad esso, che si spinge fino al negare del tutto che esista - o che abbia significato - una Modernità contrapposta al Medioevo, è frutto di quello spirito anti-moderno, reazionario e avverso al progresso, di cui non ci siamo mai del tutto purgati; testimoniato ad esempio dalla sempreviva moda massmediatica della Storia Medievale, mentre non esiste nulla di confontabile per la Storia Moderna.
Lei molto finemente evita di schierarsi apertamente in queste truppe, e si limita a rilevare i limiti scientifici di una impostazione che non sottolinei l'arbitrarietà e la relatività della periodizzazione.
Io mi tengo il sospetto, e rispondo come sopra, convenendo con Lei che la periodizzazione è arbitraria, ma sottolineando che è purtuttavia necessaria e ben significativa, quantomai adesso.

Qui semplicemente esprimevo il mio apprezzamento per la svolta metodologica che Palma impone (e forse si impone) usando quel NOI così politicamente scorretto, ed entrando nello scivolosissimo terreno dell'osservazione dei Valori e delle Concezioni di fondo.
E cercavo di portare un mio piccolo contributo, col suggerimento di estendere il campo di osservazione dalla concezione di Persona, e dalla questione femminile correlata indicata da Palma, a tutto il corpo di concezioni e Valori che insieme contribuiscono a formare il Moderno.
Per far ciò secondo me è necessario ripartire dal dibattito sul concetto di Modernità, proprio come abbiamo abbozzato qui io e Lei, per appropriarcene finalmente e poterne fare poi la nostra bandiera.
Questo perché non è solo nella concezione della Donna che sta lo "iato incolmabile".
E' il Modern nel suo complesso che a larga parte dell'islam fa forse difetto, o che perlomeno è il luogo dei più gravi e difficili fraintendimenti con gli islamici moderati, e dello scontro con gli altri.
Comprendere il Moderno è delimitare il campo della battaglia culturale.

perché il materiale giuridico romano non era sconosciuto, perché la compilazione giustinianea aveva avuto vigore anche in Italia dopo la guerra Gotica e lo avevaconservato nei residui domini bizantini, perché le leggi dei barbari - principamente i Longobardi - non si applicavano necessariamente ai romani (=italiani, ma anche galli romanizzati), perché l'impero franco era denominato Sacro Romano Impero, perché dall'XI secolo - e forse anche prima - il prestigio di Roma rinacque e con esso quello del suo diritto.

Non aveva alcun particolare valore, nulla che lo rendesse particolarmente raffinato.
Se si fosse conosciuto altrettanto bene, o se fosse stato in vigore più a lungo, un materiale giuridico altro, come quello dei Sioux o dei Tupinamba dell'america meridionale, magari oggi i cinesi studierebbero quello.

Può darsi che sia così.
Chiusa la digressione sul Diritto Romano, ora rimarrebbe il dibattito sulla Modernità.

tengo a precisare che la Sua conclusione sul valore del diritto romano non discende dalle mie osservazioni: io rispondevo al quesito iniziale del suo precedente intervento, indicando alcuni fattori storici della permanenza del diritto romano nella storia europea. Non esprimevo una valutazione intrinseca della sua bontà.

Naturalmente, il semplice fatto che in Europa non si sia pensato a sostituire il diritto romano con un altro, per esempio quello dei Germani, ma si sia piuttosto perseguita una parziale ibridazione, sembra indicare che gli Europei dei secoli compresi tra il XII ed il XXI lo apprezzassero e tuttora lo apprezzino. De hoc satis. 

E tutto questo apprezzamento potrebbe pure far pensare che abbia anche un qualche suo valore intrinseco, cosa che Lei non dice. Cioè che sia in qualche modo buono di suo, come direbbe un poeta amico mio. Non importa, de hoc satis davvero.

Il tema qui è (sarebbe stato) il Moderno.

E successivamente le più estese e complicate questioni del valore dei valori, del giudizio sui sistemi di giudizio, del valore intrinseco e del valore relativo, cose che sono da affrontare se si vuol tentare di fornire un qualche giudizio su di esso.
Ma prima è necessario chiarire Moderno cosa sia.
E Prima ancora convenire che Moderno esiste: ché Lei pare recalcitrante addirittura a far questo passo.

Tutta questa tenace resistenza che osservo ad affrontare questi temi è preoccupante.
La capacità di fare feconda autocritica e di relativizzare anche se stessa è - anche questa - una conquista dei Moderni, fino da Michel de Montaigne, e non è rinunciabile.
Ma la sua non mi sembra autocritica, mi sembra piuttosto negazione; mentre la battaglia culturale che incombe richiede almeno un minimo livello di autoconsapevolezza, ed una minima volontà di combattere per ciò in cui si crede.

non mi sono pronunciato sulle Sue tesi ma limitato a proporre osservazioni puntuali su alcune affermazioni particolari, poi ho sviluppato una digressione sul diritto romano a mo' di esempio di alcuni possibili continuità, precisando che esse non si danno in forma assoluta ma solo attraverso consitui adattementi alle mutate condizioni storiche.

Tanto per temperare la Sua passione per la Modernità con un'ottica più "moderata", se mi permette il termine. Non ho tempo per ulteriori discussioni sdi metodo né di merito sul tema della Modernità che, mi perdoni, sembra non interessare nessun altro.  

... you're too kind :)

"Sembra non interessare nessun altro", dice Lei.

Tutta questa tenace resistenza che osservo ad affrontare questi temi è preoccupante.

Dicevo io. Suppergiù la stessa cosa. E la ragione è quella scritta sopra.

Però questo post di Palma era, o mi pareva che fosse, un pochino diverso dal coro del politically correct che dice - o non dice - sempre le solite quattro banalità, vestite in gran pompa.
Qui si scriveva (i corsivi sono citazioni) che la radice reale dello scontro è di fondo.
Si parlava di Nozione della persona umana, si suggeriva che non vi sia nulla da "negoziare" sul tema, e si concludeva con un piuttosto perentorio: qui ci sono poche ciance, v'è uno scontro.

Poffarbacco: il tema dell'intero post era, fin dall'inizio, la Modernità. Perlomeno una delle sue colonne fondamentali: la nozione di persona, e lo scontro che attorno ad essa si profila.
Non il diritto romano, cui eravamo arrivati di rinterzo, quello era solo una digressione.
Questo era il tema: se non interessa a nessuno, allora a che pro fare un post come questo.

Comprendo il suo desiderio di "temperare la mia passione per la Modernità in una ottica più "moderata". Le permetto il termine, la accetto, e credo di capirne il senso.
Tuttavia mi pareva di essere già moderato assai.
Quella per la Modernità non è una mia "passione", che so esser pure io molto critico con essa.
Mia è la preoccupazione che non si sia pronti a combattere (di nuovo) per delle conquiste - quali ad esempio la concezione moderna di persona citata da Palma - che si  sono ormai (per NOI) acquisite da secoli, e del cui reale significato, portata e valore qui si è persa addirittura la memoria.
E mio è il sospetto che molti di NOI non si siano mai del tutto purgati di quel vecchio sentimento anti-moderno, di matrice cattolica, che trova solo accidentalmente una saldatura con il bisogno di autocritica del Modern, ma è essenzialmente reazionario.
Recuperare l'autoconsapevolezza (critica sì, ma sicura) secondo me è il primo passo da compiere, per prepararsi a questo scontro.

Concludo ringraziandola per le buone osservazioni e per la pazienza, prima che Boldrin mi banni perché la faccio tropo lunga.
Buona giornata.

PS: A volte pare di esser nel gran salotto del Lions club.