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La Grecia e l'architettura degli organismi internazionali

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posso provare a giustificare il "decidere di non decidere" del 2010, da parte dei prestatori di ultima istanza. il rischio sistemico, anche se assomiglia sempre a un babau buono per tutte le stagioni, ottimo per fomentare "principi di precauzione"e che poi coprono tutt'altro, si era appena  appalesato DAVVERO con lehman. come altri hanno fatto notare, la fase acuta della crisi finanziaria è stata sostanzialmente un bankrun da parte degli operatori professionali, cosa nemmeno immaginabile prima.

in queste condizioni, con regole e rating creditizi tutti da riscrivere, con tornate di stress test tutte da interpretare, rischiare che la piccola grecia inneschi ancora il panico, si avvicinava alla temerarietà. forse non è stata solo inerzia, confusione ed impotenza politica a far deragliare da principi ben saldi. quei principi (illiquidità vs insolvenza etc) erano buoni per evitare una argentina, ma per un'altra lehman?

oggi magari si comprende e misura meglio il rischio sistemico, c'è voluto quel tempo che le "non decisioni" hanno concesso. non gratis, evidentemente.

Vero, nel 2010 il rischio di contagio era forte, il sistema finanziario di mezzo mondo era sotto pressione, nessuno sapeva chi di preciso avesse il debito greco, l'OMT non esisteva e nemmeno esisteva il Single Supervisor Mechanism.

Non fare cadere la Grecia allora poteva avere un senso. Non dico che sia stata necessariamente la scelta giusta, ma l'ipotesi che andasse tenuta in piedi merita, per lo meno, il beneficio del dubbio e un certo rispetto. A volre le scelte di policy sono davvero difficili, ed il mondo non è dipinto in bianco e nero.

Tuttavia, rileggendo il primo paragrafo qui sopra, appare chiaro che la scelta di "decidere di non decidere", anche fosse stata corretta dal punto di vista degli europei, trovava le sue radici logiche in un'unica ragione: la costruzione della moneta unica aveva i piedi d'argilla e la sua strutturale istituzionale era gravemente manchevole, anche e sopratutto a causa dell'eterogeità dei paesi che vi facevano parte. Alcuni paesi furono fatti entrare in barba alla sostanza (anzi, direi anche alla lettera) dei trattati. La crisi esistenziale della costruzione europea era latente e dovuta a scelte sbagliate del passato: la crisi greca ha semplicemente fatto emergere il tutto. La crisi esistenziale è reale, profonda e di certo non transitoria. Giusto o sbagliato che sia stato per gli europei il "decidere di non decidere", resta il fatto che la crisi va affrontata una volta per tutte e, possibilmente, alla radice. Questo è uno degli aspetti sottolineati nel post.

D'altro canto il post si concentra sull'FMI, non sugli europei.

Gli europei potevano "ben decidere di non decidere", ma questo non implica necessariamente che l'FMI dovesse metterci i soldi. Gli europei, da soli, avrebbero avuto tutti i soldi necessari per "mettere in frigorifero" la situazione greca per qualche anno. L'Europa ha fatto la scelta politica di non gestire da sola le proprie difficoltà interne, ma di metterle in parte in mano ad un ente che, sulla carta, era "terzo" alle parti in causa. L'Europa avrebbe avuto la forza politica interna (comunione d'intenti fra i paesi membri, legittimità di fronte agli elettorati nazionali) per gestire in autonomia un comissariamento della Grecia? Se la risposta è "no", e cioè se c'era bisogno della partecipazione di uno scapegoat esterno (FMI), allora non resta che concludere che l'Europa è politicamente così fragile, disomogenea, e gode di così poca legittimità dal basso (i.e.: i tedeschi si sentono tutt'altro che un solo popolo coi greci, e viceversa), che non è capace di gestire da sola nemmeno il "congelamento" di un affare interno come quello greco. Ciò dovrebbe far riflettere: com'è possibile pensare che l'Europa sia politicamente capace di reggere l'urto di sfide politicamente ben più ardue, in termini di cessioni di sovranità e di corrispondente legittimazione politica, quali quella di un'unione fiscale (grande tentazione che, poco saggiamente, abita le menti di alcuni fasce d'elettorato del sud Europa?)

L'FMI è un'istituzione sovranazionale, non un'istituzione europea. La governance dell'FMI è in profondo cambiamento, in direzione di una maggiore voce in capitolo da parte dei paesi emergenti e di un minore peso degli europei. Le regole di funzionamento dell'FMI sono importanti nel garantire la reputazione dell'istituzione quando essa agisce in ogni parte del mondo, non solo in Europa. Il mancato rispetto delle regole e la produzione di analisi volontariamente irragionanevoli da parte dello staff è un fatto grave, che rimarrà nel futuro come una macchia da lavare. L'FMI si è fatto trascinare in un pasticcio che ne ha danneggiato la reputazione agli occhi dei governi, e degli elettorati, del mondo intero. E' bene che ciò non passi in silenzio, e che questi accadimenti portino ad una riflessione sul come fare affinché, in futuro, le procedure di approvazione dei prestiti FMI siano migliorate e supportate da analisi tecniche più trasparenti ed indipendenti da pressione politica. I politici, poi, facciano liberamente le proprie scelte, ma che le analisi che vengono presentate a loro e al mondo (accountability dei politici) siano però essere prive di gravi pregiudizi. Non parlo di errori, perché di analisi errate ce ne saranno sempre. Parlo proprio di pregiudizi, nel senso di analisi volontariamente corrotte già a priori. Possiamo ribaltare al questione guardando al futuro. Nel 2010 la pressione politica da parte di politici europei all'interno dell'FMI ha portato l'FMI a presentare al mondo documenti affetti da gravi bias. Con la riforma della governance dell'FMI e la probabile nomina di un non-europeo (anzi, non-francese) alla guida dell'istituzione, l'influenza politica dei paesi emergenti andrà a crescere. Che ne so, di un cinese: chiedere che il disprezzo per le buone regole di trasparenza mostrato nel caso del prestito FMI alla Grecia non si ripeta più mi pare sia una buona idea...