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L’illusione keynesiana

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Carissimo professore, prima di fare la brutta fine in oggetto, mi permetto di inserire un ultimo intervento in difesa dei frequentatori delle varie bettole che scaricherebbero letame sulle vostre erudite dissertazioni.

Innanzi tutto l’intervento originale da cui è scaturita la discussione viene definito “ex cathedra”, lei mi insegna che, letteralmente, ciò indica un moto da luogo, luogo che, tradizionalmente, viene collocato in alto: dunque, almeno nelle premesse, sembrava esserci una qualche apertura nei confronti di noi disgraziati che stiamo in basso.

Le reazioni stizzite e offensive che sono seguite hanno invece svelato un atteggiamento che unisce lo snobismo della sinistra alla volgarità della destra, in una sintesi infelice delle peggiori inclinazioni della politica di questo Paese (politica che, a vostro dire, vorreste riformare). Francamente, viste le premesse, credo sarebbe meglio vi occupaste d’altro, tanto più che è sin troppo evidente che delle sorti dell’Italia non ve ne frega un beato cazzo (la volgarità che vi rimprovero non è ovviamente quella lessicale).

Ciò detto, provo a riformulare l’osservazione che era contenuta nel mio intervento iniziale e che a mio giudizio merita una risposta (mi va bene anche un «non hai capito una sega perché io sono io e tu non sei un cazzo», anzi, da un certo punto di vista la preferirei perché rafforzerebbe le opinioni che ho pocanzi espresso).

In estrema sintesi, la critica di Levine consiste nel fatto che una politica keynesiana è destinata a fallire perché il produttore di hamburger capisce subito che per lui non c’è nessun telefono e interrompe la catena. Ebbene, questo assunto si fonda su un’idea di razionalità che trova scarsissimo riscontro nella realtà. Il fallimento delle politiche di austerità espansiva, che dovrebbero avere successo sfruttando in senso inverso tali aspettative razionali, mi sembra confermi la fallacia del ragionamento. Non vedo poi alcun legame fra un’economia che cresce grazie a politiche espansive e uno schema Ponzi: nella prima, grazie al moltiplicatore, si assiste ad una crescita reale grazie alla quale, con il passare del tempo, il prodotto da dividere è via via maggiore e l’onere del debito è sostenibile, con benefici per tutti i partecipanti, cosa che evidentemente non si realizza in uno schema Ponzi.