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Qual è il numero ottimale di immigrati?

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Credo che lei non abbia colto il mio punto, è chiaro che ci sono alcuni servizi (tra cui alcuni di quelli che ha indicato lei) che è conveniente che vengano forniti dallo stato (i beni pubblici), ma questo non significa allora che - cito testualmente - "cos'è il nostro Stato, se non il giardino condominiale dei cittadini? Giardino dove facciamo entrare chi vogliamo noi, con gli orari che vogliamo noi, e che devono uscire quando vogliamo noi."
Questa è una visione molto più inquietante perché implica l'esistenza di un fantomatico essere collettivo (il popolo italiano?) che in base ad un diritto (di sangue?) ha il potere di decidere arbitrariamente chi ha il diritto di occupare un certo territorio e chi no.
Se questo è il modello che piace a lei...

Mi spiace che lo trovi inquietante e arbitrario, ma per quanto ne so in tutti i paesi del mondo c'è un "essere collettivo" che in genere viene definito popolo che decide, per mezzo di un altro essere collettivo generalmente definito "governo" che decide chi deve occupare il territorio controllato dal suddetto "essere collettivo". È così nei paesi grandi e piccoli, nelle dittature e nelle democrazie, in quelli densamente popolati e in quelli meno: è possibile ad esempio immigrare in Australia (2.8 abitanti/km2) e in Canada (3.41 abitanti/km2) ma c'è un "essere collettivo" che decide, secondo certi parametri (arbitrari o no) chi entra e chi no.

Da quando in qua i "popoli" decidono? La decisione è una prerogativa individuale, come lo sono le idee, le responsabilità e i valori! Attribuire ad un gruppo (ad un popolo) caratteristiche individuali è una distorsione molto pericolosa che ha portato ad alcune delle peggiori atrocità della storia.
Appartenere ad una nazione piuttosto che ad un'altra è un evento puramente fortuito e non vi è ragione per cui un simile fatto dovrebbe rendere un essere umano titolare di diritti diversi rispetto ad un altro essere umano.
Rifletta sulla seguente citazione del buon F.Hayek tratta da "The road to serfdom":
"It is neither necessary nor desirable that national boundaries should mark sharp differences in standards of living, that the membership of a national group should entitle one to a share in a cake altogether different from that in which members of other groups share.
If the resources of different nations are treated as exclusive properties of these nations as whole, if international economic relations, instead of being relations between idividuals, become increasingly relations between whole nations organized as trading bodies, they inevitably become the source of friction and envy between whole nations.”