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Tutti monopolisti, tutti fottuti: una parabola italiana

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Volevo postare questo link del WSJ su Uber per sentire da chi ne capisce di economia quali fossero le sue impressioni, quando mi sono imbattuto su questo post. L'avevo seguito all'inizio e non so per quale motivo mi sono perso il seguito, peccato per una volta avrei potuto intervenire con un contributo migliore delle mie solite considerazioni di economia da tinello.

Lo faccio ora in ritardo rispondendo qui e in questo thread a tema più ingegneristico. Magari non servirà, ma vabbé!

Premetto che ho conosciuto Michele Boldrin per la prima volta leggendo il suo (e di D.K. Levine) Abolire la proprietà intellettuale. Da anni seguo la questione soprattutto dal punto di vista dell'informatica e l'ho trovato pieno di idee  interessanti. Da lì ho cominciato a seguire nFA.

Nella discussione sopra però trovo una incongruenza nei post di Franceso Lovecchio e ivan_zatarra leggendoli uno dopo l'altro mi sembra di intendere (correggetemi se sbaglio) che in Italia non nascano società innovative perché siamo un paese bloccato da tante cose e tra queste anche dai brevetti.

La tesi del prof. Boldrin mi sembra differente, sia nel libro che in questo post.

I numeri di brevetti per abitante (qui in forma più sintetica con dati 2012) però smentiscono questa assunzione. Le guerre commerciali a colpi di brevetti tra SAMSUNG ed Apple sono una testimonianza che questi innovatori usano anche l'arma brevettuale per le proprie strategie commerciali.

Tra l'altro l'Italia alza la testa in queste classifiche proprio nel settore del Design Industriale, che è un suo punto di forza soprattutto per l'esportazione.

 

Allora

michele boldrin 26/5/2015 - 06:24

Due cose diverse. 

1) Si', la mia tesi e' altra. Fra i mille problemi italiani che ritardano il paese ed impediscono innovazione e cambio tecnologico avere una legislazione sui brevetti simile a quella di quasi tutti gli altri paesi europei viene di certo dopo il numero 762 circa ... :)

2) D'altro canto, le lotte legali che citi (e mille altre) NON provano quello che dici. Se vuoi lo dibattiamo ampiamente ma credo l'evidenza (ed il consenso fra chi questi temi li studia) e' altro. I brevetti non vengono usati come strumenti di strategia commerciale e nemmeno per incentivare l'innovazione. Vengono usati solo per una guerra semifredda di mutual destruction (tanto, entrambi i lati ne hanno sempre cosi' tanti che tutti fanno causa a tutti) che ha l'unico effetto di arricchire i patent lawyers e far spendere alle imprese coinvolte centinaia di milioni di legal fees. Ottenendo, come abbiamo visto in quello che citi e dozzine di altri casi, esattamente nulla sul piano commerciale e tecnologico. In altre parole, la presenza dei brevetti genera un equilibrio di Nash del tipo "dilemma del prigioniero" in cui entrambi i contendenti, in equilibrio, perdono (somma negativa) ed il sistema aumenta i propri costi, diventando quindi piu' inefficiente.

Questo e' esattamente quello che, nel libro con DKL che citi, argomentavamo gia' 8 anni fa. 

P.S. Nel caso specifico del settore informatico chi volesse saperne di piu' cerchi i lavori di Jim Bessen e parta da li'. 

1) Anzitutto grazie per il confronto.

2) Non c'è bisogno di dibattere il tema perché sono pienamente d'accordo con la sua tesi. Questo voleva essere il senso di quel anche.

questi innovatori usano anche l'arma brevettuale per le proprie strategie commerciali

Concordo sul fatto che queste strategie sottraggono risorse alla ricerca per spostarle verso battaglie legali di dubbia utilità (per l'innovazione). Il riferimento al numero di brevetti per abitante voleva solo sottolineare che il nostro paese non primeggia né in innovazione né nella produzione di brevetti.

Grazie per la dritta su Bessen, sto cominciando dai lavori più recenti, come The Anti-Innovators.

Cool

michele boldrin 27/5/2015 - 05:33

Jim ha appena pubblicato un altro libro nel quale si allarga un po' ma che contiene spunti interessanti

http://www.amazon.com/Learning-Doing-Connection-between-Innovation/dp/03...

Hieronymus, non vedo l'incoerenza tra i due commenti che citi perché si riferiscono a due cose diverse. In quel mio commento intendevo suggerire che se le amministrazioni di Torino avessero voluto/dovuto seguire le indicazioni di quel documento per costruire, ad esempio, un "facebook d'ufficio", allora Mr Zuckenberg sarebbe stato inidoneo a partecipare, visto che non è ingegnere e nemmeno laureato. Simili considerazioni per gli altri esempi che avevo citato.

sull'articolo del wsj, non ho capito cosa ti ha colpito.