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Tutti monopolisti, tutti fottuti: una parabola italiana

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Sui tanti fatti singoli citati e vergognosi non ci sono discussioni, ed è totalmente condivisibile sia l'irrequieta impazienza che la legittima e sacrosanta indignazione, tanto più per coloro che questo stato di cose se lo devono sentire sulla pelle, e ne hanno avuta condizionata la vita; per i quali più che luogo ridicolo questo paese è vissuto come un lager, e non uso una parola esagerata, o almeno non lo è per chi l'ha dovuto subire come un carcere questo simpatico paese.

Si tratta di vedere se i fatti bruti, per quanto raccapriccianti, siano sufficienti a permettere di generalizzare iperbolicamente risultati validi in ambiti definiti. E il problema è che nel passaggio dai fatti alla teoria, nella mia oscura e modesta impressione, l'intuito fa emergere pensieri troppo affascinanti. A volte, di recente, sia le proposte del prof. Boldrin che quelle del prof. Zingales, di profondo rinnovamento del mercato sembrano un poco anarchiche.

Se questo è vero, entrambi si portano dietro molta più italianità di quanto gli piacerebbe pensare.

I loro studi sono interessanti e suggestivi, scientificamente coraggiosi e persino belli, ma a volte appaiono eccessivi riguardo alla loro concretizzazione. Il tutto non farebbe ombra se purtroppo nel nostro paese proprio la polarizzazione tra massimalismo rivoluzionario e terrore del cambiamento non fosse l'origine della risacca politica, della stagnazione civile e morale, del conseguente paternalismo politico, più giù: delle consorterie del privilegio, e infine dell'affidamento alla provvidenza incarnata sempre da personaggi deludenti. Questo almeno in 3 circostanze fatali: crisi dello stato liberale, crisi del lo stato democristiano, crisi dello stato partitocratico, 1900-20, 1960-80, 1990-2010 ....

Questa riflessione necessita di essere ignorata sul piano della ricerca perché non è giusto zavorrare le idee scientifiche originali con il peso di una realtà umiliante e dolorosa, ma resta difficile poi sperare nella realizzazione pratica di un eccesso di novità senza rivoluzioni o tempi molto lunghi.

Vero

michele boldrin 30/1/2015 - 07:06

Condivido l'osservazione, anzi l'apprezzo e ne siamo (qui su nFA: se guardi alle origini questo tema torna frequentemente ed e' particolarmente caro ad Alberto Bisin) coscienti da sempre.

Non lo chiamerei "anarchico" l'apparente difetto, piuttosto eccesso di illuminismo ... Eccesso che si cerca di evitare continuamente ma nel quale e' inevitabile cadere quando si vuole (e questo e' opportuno) mantenere la divisione del lavoro fra chi svolge quello intellettuale di disegnare e motivare riforme socialmente utili e chi svolge quello politico di cercare le mediazioni appropriate fra interessi contrapposti necessarie a realizzare qualcosa di simile alle riforme disegnate.

Tutto li'. Come abbiamo detto molte volte, incorporare il "vincolo politico" nell'analisi che qui svolgiamo implicherebbe stravolgerla. Se porti al limite il vincolo politico ... arrivi a concludere che occorre mantenere lo status quo ed allora, meglio lasciar stare.