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Tutti monopolisti, tutti fottuti: una parabola italiana

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il diritto d'autore. Non vogliamo riconoscere ad uno scrittore, un musicista, un artista, il diritto alla paternità morale dell'opera e ai proventi della sua diffusione?

Chiedo scusa se rispondo solo ora, ieri notte ho consumato i miei tre colpi per spedire e poi correggere due “orrori” di battitura, e certamente ne avrò seminati altri.

Nel libro del prof. Boldrin sulla proprietà intellettuale, che qui mi permetto di interpretare ma che siccome condivido fanaticamente potrei distorcere, non si nega il diritto alla paternità morale, ma si sostiene, ovvero si dimostra, che quando essa si traduce nel diritto di ricavarne proventi esclusivi si ingenera un cortocircuito dello stesso tono della paternità morale, messo in essere dall'intervento necessario della tutela giuridica.

Se infatti la tutela della mia paternità morale comporta il dover reprimere o calpestare la possibilità dell'altrui paternità, e per paradosso anche l'ulteriore possibilità di sviluppo della mia stessa paternità, il senso complessivo di questa preminenza morale è quello dell'usurpazione. Un musicista ha la piena libertà di esprimere la sua arte, ma non l'arbitrio di castrare l'arte in generale per la pretesa esistenza di suo diritto di godimento esclusivo, né il comportamento dello scienziato, che si sente di solito sacerdote della scienza e benefattore dell'umanità, è coerente se il suo brevetto ostacola il progresso scientifico.

È dunque la stessa possibilità di paternità generale a chiedere a questa paternità morale singola di fare un passo indietro o altrimenti non si determinano più obblighi morali di sorta e la questione trasla da sola sul piano della efficienza complessiva del mercato, ma allora sarà l'intero concetto di paternità morale che dovrà cedere definitivamente il passo.

Credo che il tutto sia inoppugnabile.