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Tutti monopolisti, tutti fottuti: una parabola italiana

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Non mi stupirei se per fare i cancellieri servisse qualche nozione di diritto, esattamente come per fare gli infermieri serve qualche nozione di igiene. La settimana scorsa abbiamo visto una ministra annunciare con il solito tweet il trasferimento degli impiegati delle provincie ai tribunali. A parte il fatto che i ministri dovrebbero parlare per leggi e non per tweet, non mi stupisce se una cosa del genere viene da un politico che mai in vita sua ha fatto un lavoro utile alla società e tutti i posti che ha occupato li ha occupati per cooptazione e non per competenza. Però non tutti siamo politici e dovremmo capire che i lavoratori non sono perfettamente fungibili e se i cancellieri dicono che per fare i cancellieri bisogna avere una certa preparazione, hanno ragione i cancellieri e non i politici.

Nelle cancellerie lavora personale con diverse qualifiche.

Cancellieri veri e propri, commessi, assistenti ecc. ecc. e non credo che l'idea sia di far fare agli impiegati delle province i cancellieri veri e propri, anche se non ci sarebbe nessun ostacolo in tal senso. Infatti, per fare il cancelliere non servono particolari nozioni di diritto che non possano apprendersi in un mese o due di pratica.

La sua caratteristica principale è che ha il potere di certificare ed autenticare. Ma è un potere che non deriva da particolari capacità. Semplicemente questa è la sua funzione.

E' un po' come il notaio che ha il potere di autenticare una fima.

Chiunque sappia leggere e scrivere e non sia cieco può guardare una persona in faccia, rendersi conto che quella persona è la stessa ritratta nel suo documento d'identità, e quindi concludere che la firma appena posta da quella persona è autentica.

In conclusione, non ci sarebbe nessun vero problema a permettere agli impiegati delle province di svolgere le mansioni di un cancelliere.

Un vero buontempone del mio paese d'origine, di quelli che sono in grado di trasformare in barzelletta da ridere qualsiasi piccola normale scenetta quotidiana, un dono opposto a quello di quegli altri, come me, che sono in grado di disinnescare qualsiasi barzelletta la più collaudata, una volta raccontò di un fatto accaduto all'ultimo contadino ignorante che viveva in campagna e che s'era recato dal notaio del paese per autenticare un documento, un trasferimento di proprietà o qualche cosa di simile.

Dopo aver aspettato per un'ora in sala d'attesa e un'altra mezz'ora davanti al notaio che leggeva e scartabellava carte, finalmente aveva visto che il notaio metteva la firma sul documento. Dopo aver messo la firma il notaio aveva chiesto la parcella: mille lire; erano altri tempi.

E il contadino stupefatto era venuto su dicendo: “E come sarebbe?, per mettere una firma, mille lire?”.

Il notaio che voleva essere originale gli rispose: “Si, ma io per mettere questa firma ho dovuto studiare vent'anni”.

A questa frase pare che il contadino replicasse: “E così asino eri, che per imparare a fare la firma ci hai messo 20 anni?”

Qui finiva la barzelletta e tutti ridevano per l'arguzia del contadino. Il bello, anzi il brutto era evidentemente però che il contadino non intendeva affatto fare una battuta.

Come si valuta la meritocrazia se non con la competenza?