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Uscita dall'euro, svalutazione, ripresa. Riflessioni dopo un week end di dibattiti

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L'articolo è molto bello ed ha il pregio di mostrare ancora una volta che, una volta eliminato ogni "rumore", le cause della stagnazione italiana rimangono sempre quelle più e più volte denunciate negli anni da chi guarda al Paese con occhio oggettivo: alte tasse, rigidità del mercato del lavoro, basso grado di apertura di molti mercati (professioni, SPL, servizi a rete eccetera), giustizia con tempi così lunghi da essere di fatto inservibile in una grande quantità di casi, bassa qualità dell'istruzione, alta burocrazia, servizi pubblici di qualità medio-bassa rispetto ai costi, mercato del credito bancocentrico e dominato dalla politica, basso livello tecnologico sia del pubblico sia del privato, criminalità organizzata che deprime l'iniziativa imprenditoriale in molti territori (ok, alcune di queste cose sono sia cause sia conseguenze di altre cause).

Da ciò si deduce che l'unica soluzione reale alla malattia italiana siano riforme strutturali che vadano a cambiare profondamente istituzioni e regole della vita italiana.

Quello che mi angoscia è che temo che le condizioni per fare queste riforme non siano visibili nell'orizzonte di molti anni. Prima di tutto le riforme, anche quelle congegnate meglio, comportano costi di transizione; costi che possono essere espressi in termini monetari e che devono essere sostenuti da qualcuno: lo Stato, le imprese o i cittadini. In questo senso le riforme sono come gli investimenti: prima si sostiene un costo, dopo qualche anno si vedono i benefici che poi perdurano nel tempo.

Dopo 13 trimestri di recessione e una flessione delle possibilità economiche di tutte e tre le categorie, in che modo possiamo finanziare le riforme? Fare deficit non solo non ci è permesso ma ci espone al rischio di moral hazard dei politici oltre che a tensioni sul nostro debito (quindi comporta costi non sostenibili). Tagliare la spesa dato il contesto attuale sarebbe recessivo nel breve periodo; visto l'altrettanto breve orizzonte elettorale dei Governi pare politicamente infattibile per chi è in carica, e di difficile presa sull'elettorato da parte di chi lo propone in campagna elettorale (visto che la spesa pubblica a molti elettori entra in tasca). Alzare temporaneamente le tasse oltre ad essere ancora più recessivo sarebbe idiota dato che le tasse alte sono appunto uno dei principali problemi, e poi al temporaneamente non ci crede nessuno (al tax push invece ci credo eccome).

Poi ai costi da sostenere, che nella congiuntura attuale sono un fattore ostativo già abbastanza grosso, si aggiungono le epiche resistenze al cambiamento di un Paese in cui se si parla anche solo di cose come valutazione del personale e controllo di gestione nelle pubbliche amministrazioni si levano grida di "fascismo alle porte" e "ci volete tutti schiavi". E in cui una fetta significativa della popolazione crede che il cambiamento sia un evento (X vince le elezioni, Y se ne va) e non un processo (che comporta costanza e fatica).

E a tutto questo si aggiungono ancora le difficoltà oggettive delle riforme: ad esempio, ultimamente ho lavorato molto con gli uffici giudiziari. L'ultimo concorso per il personale amministrativo (cancellieri, funzionari ecc.) si è tenuto mi pare nel 98: ergo, l'età media dei non togati è molto alta (50+), non c'è nessuno sotto i 40 anni. Immaginate cosa può voler dire provare a informatizzare un ufficio giudiziario in queste condizioni: il PC lo sanno usare in pochi, e anche i più bravi logicamente hanno di rado quella dimestichezza con il mezzo che possono avere i 25-30enni, e comunque sono isolati. Chi non lo sa usare non ha nè il tempo, nè la voglia, nè alcun incentivo ad imparare ad usarlo a 55-60 anni di età. E se anche avesse voglia e fosse motivato, non ha il tempo perchè gli organici si riducono per via del blocco del turn-over e il carico di lavoro aumenta di anno in anno. Assumere 30enni non si può perchè non ci sono i soldi (ed è per per questo che c'è il blocco del turn-over). Prepensionare aggiunge solo altri costi ed è pure ingiusto verso il settore privato. In pratica bisogna aspettare che abbastanza gente arrivi naturalmente alla pensione per poter fare finalmente un nuovo concorso e sostituire le piante organiche con giovani che sanno usare molto bene il PC e la rete e tutte le sue potenzialità. Ora questo è solo un piccolo esempio, ma dà l'idea del fatto che in diversi settori, prima di avere libertà di movimento (progetti di informatizzazione e quant'altro), c'è da "smaltire l'arretrato". Provare a forzare questo smaltimento con i licenziamenti non si può per legge, e cambiare la legge incontrerebbe molto probabilmente il blocco della Corte Costituzionale (senza contare che i "vecchi" non sapranno usare il PC, ma hanno l'esperienza, e quindi sarebbero comunque fondamentali per insegnare ai giovani il mestiere).

Ecco, in questo angosciante quadro, più che il leniniano "che fare?" (la risposta c'è: le riforme), io mi chiedo: COME fare?? Ha forse ragione Seminerio quando profetizza che "torneremo poveri"? Non c'è altra via realisticamente percorribile che quella inerziale del declino, fino a raggiungere il fondo e poi finalmente cominciare a risalire?