Titolo

Uscita dall'euro, svalutazione, ripresa. Riflessioni dopo un week end di dibattiti

1 commento (espandi tutti)

Nel periodo 2000-2013 la produzione manifatturiera a livello globale ha registrato un aumento del 36% a prezzi costanti, con un picco di oltre il 100% nel caso dell’industria elettronica. I settori che seguono nella graduatoria dei tassi di crescita sono computer e macchine per ufficio e mezzi di trasporto pesante (aerei, treni, navi), entrambi con variazioni superiori al 70%.

...

 

Guardando alla posizione dell’Italia, emergono due differenze sostanziali rispetto alla dinamica globale. La prima consiste nella perdita netta di produzione manifatturiera, legata alla crisi economica che nel Paese si è protratta più a lungo e con effetti più distruttivi che altrove. In particolare, a fronte di un aumento della produzione industriale mondiale che nel periodo 2007-2013 è stato di quasi il 10% (a prezzi costanti), in Italia c’è stato contemporaneamente un crollo del 25,5%: la crisi ha coinvolto tutti i comparti industriali. Rispetto al 2000, i picchi negativi maggiori si registrano nell’industria dei computer e macchine per ufficio (dove la produzione è praticamente azzerata) e in quella dei tabacchi, entrambi comparti che si caratterizzavano per trend in caduta libera già prima della crisi; la produzione si è più che dimezzata nell’elettronica e nel comparto automobilistico ed è prossima al 50% di quella di inizio periodo nel tessile, nella pelletteria e nel legno (esclusi i mobili).

 

 

 

Qs è quanto si legge in SCENARI INDUSTRIALI del CSC (giu 2014). Quindi: non solo l'Italia regredisce nei settori dove la crescita della produzione (domanda) internazionale non è brillante  (tessile, pelletteria, legno) ma perde quote di mercato perfino nei settori in crescita dove scompare dall'industria dei computer e arranca pesantemente nell'auto. In altri termini l'Italia ha sofferto a) sia perchè alla fine degli anni '90 era specializzata nei settori che stavano per essere invasi dal commercio cinese e asiatico (fattore rilevente: costo del lavoro) e b) perchè non è riuscita a sfruttare la crescita di altri settori manifatturieri dove anzi è peggiorata (fattore rilevante: R&D).

 

Non credo che la lira, a meno di svalutazioni insostenibili, avrebbe consentito di mantenere le quote di mercato nel tessile, di fronte alla montante marea asiatica. Ciò vale anche per un eventuale abbandono dell'euro: così come il dentifricio non rientra nel tubetto così anche per l'industria non è possibile riportare in vita attività che sono state chiuse da tempo. Per recuperare il terreno perduto servono anni e non basta una svalutazione. Inoltre con l'innovazione tecnologica credo che l'euro c'entri poco.

 

 

Ciò scritto mi sembra di capire che i teorici dell'uscita dal'euro e del ritorno alla lira abbiano in mente gli enormi problemi che si incontrano in Italia quando si vuole intervenire sull'entità di certe spese che, l'azione congiunta di lobbies e altri poteri, nonchè le protezioni di natura legale/giudiziale)  non permette di intaccare nel loro entità nominale: penso soprattutto alle pensioni, che  nessun politico vuole ridurre ma sarebbe felice  se 'il lavoro sporco' fosse eseguito da un aumento del tasso di inflazione.

Ovviamente se  il sistema economico fosse perfettamente flessibile il problema non si porrebbe nemmeno.    La realtà è che il sistema è assi poco flessibile e ciascuno cerca di difendere le proprie rendite di posizione.