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Un pericoloso 2014 per il Monte dei Paschi

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è sovrana, se non m'inganno, ma entro certi limiti. Nella specie, la Fondazione ha fatto prevalere il suo interesse a non vedere diluita la sua partecipazione sociale sull'interesse della Società: a norma degli artt. 2373 e 2377 cod. civ., il consiglio d'amministrazione potrebbero impugnare la deliberazione per provocarne l'annullamento e chiedere alla Fondazione il risarcimento dei danni.

a mio avviso, quale che sia la norma del codice a riguardo, deve essere la proprietà a valutare quali siano le ipotesi migliori.

infatti, pur sembrando ampiamente condivisibili, le scelte del management si basano su previsioni ovviamente incerte, a cui se ne possono sempre contrapporre altre, conducendo a un impasse che il ricorso giudice, anche solo ipotizzato, potrebbe solo aggravare. la fondazione può fare, ha fatto e il management può sempre dimettersi.

nel merito, giulio zanella evidenzia benissimo la puerilità delle scuse della fondazione, vere foglie di fico su colossali vergogne di sistema, cioè condivise da tutto il sistema bancario italiano. qua non interessa affatto "salvaguardare il patrimonio della comunità locale",  bensì mantenere influenza e potere a una certa cerchia di ottimati. il tempo guadagnato serve a premere sulla cordata delle altre fondazioni sorelle, molte già stremate, non certo ad organizzare un'asta per il pacchetto di controllo.

se queste cose le ho capite io, le hanno capite tutti, anche il famoso mercato che è meno tontolone e  molto più sospettoso e anche vendicativo.

se in concreto esistente, inquina il voto dell'assemblea: se questo non raggiunge la maggioranza, una volta eliminata dal computo la partecipazione della Fondazione, non si può dire che la proprietà si sia espressa per il rinvio dell'aumento di capitale.

Per il resto è ovvio che le scelte dei managers sono basate su previsioni incerte, ma non è detto che il socio di maggioranza relativa abbia migliori informazioni sulle prospettive future della società. L'argomento vero è che gli azionisti rischiano il capitale, mentre gli amministratori rispondono solo se in colpa (nei limiti della business management rule): ma, anche così, il potere della maggioranza incontra dei limiti a tutela della minoranza e dei creditori.

Intentare una causa ? A pro di che ? Tempi lunghi, risultati incerti, banca distrutta (chi si fida che fra dieci anni una sentenza non ribalti tutto quello che è successo nel frattempo ?)
Capisco l'approccio fideistico nella "giustizia", ma pragmtaticamente non conviene a nessuno, meno che mai al management.

In Italia la giustizia su questioni economiche e' come la Clinica degli Orrori. Opera dove non serve.

Vero ma questo aumenterebbe l'incertezza. Inoltre con i tempi e l'incertezza della giustizia italiana si arriverebbe ad avere una sentenza solo a banca fallita (vabbé esagero, ma dubito che tra ricorsi e contro ricorsi si farebbe prima dei mesi di rinvio già votati dalla fondazione).

Quindi meglio, per il CDA, fare buon viso a cattivo gioco ed al massimo dimettersi se ritiene di non poter fare nulla.

possono non essere lunghi come si teme. Una causa di questa importanza potrebbe andare in decisione entro un anno dalla citazione; si concluderebbe con una sentenza provvisoriamente esecutiva che, in seguito alle innovazioni introdotte dal governo Monti, sarebbe difficilmente appellabile dalla Fondazione soccombente.

Tutto ciò per dire che i rimedi, in linea di diritto, non mancano. La stessa prospettiva del loro impiego dovrebbe indurre le parti a ragionare e trovare un accordo nel tempo che resta: altrimenti, l'alternativa è tra l'interferenza governativa e un esito riassumibile nell'adagio fiat iustitia, pereat mundus.

P.S. - è ovvio che non confido in un incarico professionale.

Mi fa piacere sapere che in questo frangente i tempi della giustizia possano essere umani.  Però non sono comunque compatibili con i tempi della vicenda considerando che anche la fondazione chiede pochi mesi in più. Anche aprire un tavolo negoziale non so quanto sarebbe utile, di fatto la fondazione avrebbe tempo per trovare i compratori e potrebbe comunque ritardare l'accordo fino ad averli trovati. Insomma, il ricorso alla via giudiziaria è poco percorribile a mio avviso (non sto mettendo in dubbio il punto di vista legale ma tattico).

Al contrario, mi sembra sensato un ricorso da parte degli azionisti per ottenere un risarcimento dalla fondazione. In questo caso i tempi sarebbero secondari, varrebbe di più la minaccia di recuperare i soldi dalla fondazione per costringerla a cambiare idea. Ma, osservando la vicenda dall'esterno, i margini di manovra mi paiono stretti.

Ovviamente dal punto di vista legale ne sai più di me vedendo il cv (ti spiace se ti do del tu?) quindi magari ci sono delle strade percorribili che non conosco. Però, dato che nessuno dei due sarà probabilmente implicato direi che parliamo di fanta-giustizia :-)

Luciano,

Nella specie, la Fondazione ha fatto prevalere il suo interesse a non vedere diluita la sua partecipazione sociale sull'interesse della Società

In realta', come ho cercato di spiegare nel post, il tentativo non e' quello di evitare la diluzione della propria quota (che e' inevitabile perche' la Fondazione e' illiquida e l'aumento di capitale verra' fatto comunque, col consenso anche della stessa Fondazione che non puo' dire di no) quanto, secondo me, di cercare che la propria diluzione sia compensata dall'entrata di soci con obiettivi (preferenze) perfettamente allineati ai suoi.

con quello che segue. La Fondazione ha evitato una diluizione immediata, per preservare il suo patrimonio fino a che sarà riuscita a ridurre la partecipazione anche attraverso vendite agli amici che peraltro le frutteranno una certa liquidità. Attuando immediatamente l'aumento di capitale, probabilmente non avrebbe potuto sottoscriverlo. subendo una perdita secca. Poi è ovvio che ci sono anche altri motivi, tra i quali verosimilmente quello "politico" da te immaginato.

A Gibbo e Dragonfly: dalle cronache sembra che anche un certo numero di "piccoli azionisti" si sia schierato con la Fondazione, anche rivolgendo pesanti critiche al CdA, fino all'invito a dimettersi. Ignoro chi fossero: probabilmente persone "prossime" al sistema di potere locale. In ogni caso, la quota attualmente  detenuta dalla Fondazione è ragguardevole, se il capitale restante è disperso - e assente, come spesso avviene -assicura il controllo dell'assemblea.

Attuando immediatamente l'aumento di capitale, probabilmente non avrebbe potuto sottoscriverlo. subendo una perdita secca

senza altri dati, se non partecipo a un aumento di capitale, la mia partecipazione percentuale si riduce, ma il valore della mie azione aumenta per effetto dei nuovi apporti, non cambia nulla. specularmente, un dividendo distribuito riduce il valore della società dello stesso importo, ovvio.

è qua che si vede il naso lungo (oppure la foglia di fico piccola) della fondazione: si oppone all'aumento di capitale comunque, senza nemmeno averne comunicato e discusso i termini, cioè  gli sconti/sovrapprezzi che sono determinanti, tramite il mercato dei diritti,  per stabilire la convenienza. ergo, il ritorno economico a favore della collettività senese è ancora l'ultimo dei loro interessi.

c'è poi anche il tema della soglia del 30%, linea del piave secondo il TUF. scendere sotto tale soglia, in teoria potrebbe favorire la vendita dell'intero pacchetto perchè non farebbe scattare l'OPA obbligatoria. la fondazione si intascherebbe il tutto il premio derivante dal controllo e mostrerebbe finalmente di aver troncato col passato. Giammai!