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Il governo rosso-brunato. V

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In particolare nelle conclusioni, MB afferma che

Il voto del 4 marzo è il punto di arrivo di un processo di cambio di regime (il riferimento è alla terminologia di Massimo L. Salvadori, anche se la mia lettura dei meccanismi causali è diversa dalla sua ed io vedo tre e non quattro regimi dal 1860 ad oggi) iniziato nel 1991-93.

e poi che

Desiderio di vendetta - motivato o immotivato esso sia, ed io propendo per la prima - diretto verso le elite (ovvero PD+FI) che raccolgono quanto ne rimane di coloro che hanno gestito il paese dagli anni '80 all'altro giorno

due conclusioni assolutamente condivisibili, ma che si possono raggiungere senza evocare la (abusata) categoria del "populismo".
Secondo me questa categoria è da usare con parsimonia. Il termine infatti ha più significati (esiste una vasta letteratura di riferimento) ma proprio per questo sarebbe necessario precisare ogni volta in quale accezione lo stiamo usando, altrimenti nella categoria può entrare tutto e il contrario di tutto (infatti gli attori della scena politica si lanciano reciprocamente, ogni giorno, accuse di "populismo", e ognuno con le sue ragioni).
Usando continuamente questa parola anche per parlare delle mozzarelle di bufala, si fa scadere il tono del dibattito politico a livello della zuffa, si utilizza una categoria di giudizio offensiva del contraddittore, e si perde la capacità di fare distinguo e distinzioni.
Ad esempio (per dire solo della più clamorosa) si finisce per mettere Lega e M5S nello stesso insieme, come fossero entità simili e confrontabili (tutti populisti!) perdendo la capacità di riconoscere le differenze enormi tra i fenomeni sociali che gli hanno dato l'origine.

...non difendo mai nessuno se non dietro richiesta dell'interessato e previo robusto pagamento (ipotesi che qui, sfortunatamente, non ricorrono).
Sperando che non mal non mi incolga per la violazione del precetto, farei osservare che non credo che MB abbia voluto presentarci un saggio sul populismo come categoria dell'analisi politologica. Le sue osservazioni sono centrate sulla situazione italiana presente e sul "come siamo arrivati a questo". MB prende atto - come punto di partenza dell'analisi - che la ricerca del consenso politico in Italia si basa su una narrazione di fondo di tipo "populista", ovvero rivolta a blandire la massa degli elettori (= il popolo) toccando le corde di una "connessione sentimentale" che ha come sottofondo l'idea che il popolo "ha già fatto la sua parte", "è stato tradito", "è stato mal guidato" e potrebbe godere i frutti della bontà e della bellezza che risiedono nel suo seno mistico, se non ci fossero i soliti ed immancabili profittatori. Basterà mettere la gestione della cosa pubblica nelle mani delle persone "giuste", capaci di ascoltare il popolo e di interpretarne la volontà, e tutto si aggiusterà.
E' questo da intendersi come populismo, secondo la definizione standard (da wikipedia...) che il lettore Bonghi ha riportato sotto? Direi di sì.
Si tratta, come ritiene Lei, di un'etichetta così vaga e stiracchiata da andar bene per tutto? Direi di no: non è affatto vero che per catalizzare il consenso politico si debba lisciare il pelo alla massa degli elettori e, soprattutto, lisciarlo nel verso di cui sopra. La storia è piena di esempi di politici che hanno preso il potere promettendo lacrime e sangue, ovvero attuando dure pedagogie rivoluzionarie, ovvero cavalcando gli interessi di un blocco sociale contro quelli di altre categorie etc.
Quindi il processo di formazione del consenso politico è attivabile attraverso diverse strategie e quella populista è solo una di quelle. MB si limita ad osservare che nel caso italiano questa strategia è più presente di altre e cerca di analizzare le ragioni storiche di questo fenomeno.
Lei dice poi che l'uso di questa categoria analitica per tutti i movimenti politici che fanno ricorso a questa strategia di mobilizzazione del consenso porterebbe a mettere sullo stesso piano soggetti politici tra loro non confrontabili (l'esempio di stellati e leghisti non mi pare però dei più pertinenti, visto che questi due partiti un governo insieme l'hanno pur fatto). Ma anche questa mi pare obiezione un po' forzata: sarebbe come dire che, se due ammalati, colpiti da patologie diverse, presentano tutti e due temperatura corporea pari a trentotto gradi, risulterebbe fuorviante parlare per tutti e due di febbre. No, i due malati avranno certamente ambedue la febbre (e poi anche altri elementi del quadro clinico che li differenziano).

Le osservazioni di MB (che perlopiù condivido) sono centrate sulla situazione italiana presente, non si tratta di un saggio sul populismo come categoria. Infatti nelle prime IV puntate la categoria era comparsa una sola volta, e dentro una parentesi. È comparsa più massicciamente in questa V puntata, ed immediatamente ha condotto a incomprensioni (mi riferisco allo scambio tra MB e GF).
Questo perché la categoria è lungi dall'essere neutra: contiene un giudizio, e viene abusata così tanto, nel dibattito politico quotidiano, che a parer mio sarebbe consigliabile farne un uso moderato.
Se un malato di leucemia e uno con un ascesso hanno entrambi la temperatura di 38 gradi, e noi diciamo che hanno entrambi la febbre, (forse) tecnicamente avremo detto cosa giusta ma abbiamo portato un contributo nullo al raggiungimento delle diagnosi corrette.
Il "populismo" come categoria di analisi è quindi prima di tutto inutile proprio ai fini dell'analisi.
Ma ancora peggio è dannoso, perché contenendo un giudizio, polarizza il dibattito trasformandolo in una sterile zuffa.
Rileggiamo, ad esempio, quello che ha scritto lei. "Populista" sarebbe quello (uomo politico, si presume) che per ottenere consensi mira a "compiacere le masse".
Sorvoliamo sul fatto che ciò sottintende l'esistenza di non meglio precisate "masse" (di metecatti, si capisce) contrapposte a una "crema" (di illuminati, cui noi naturalmente apparteniamo), e con questo tradisce una concezione aristocratica - e dunque per definizione non-democratica - della prassi politica; e soffermiamoci sul "compiacere". Che significa "compiacere"? In una democrazia rappresentativa (a suffragio universale, come correttamente sottolinea GF) il potere si giustifica attraverso il principio del consenso. Qualunque forza politica che voglia (legittimamente) occupare le istituzioni deve quindi ottenere il consenso della maggioranza degli aventi diritto, che sono tutti i cittadini maggiorenni che godono dei diritti politici. Per farlo deve convincerli, e per convincerli essa deve rispondere a quella domanda politica che da essi proviene. Se

La storia è piena di esempi di politici che hanno preso il potere promettendo lacrime e sangue, ovvero attuando dure pedagogie rivoluzionarie, ovvero cavalcando gli interessi di un blocco sociale contro quelli di altre categorie

mi porti qualcuno di questi esempi. Nel caso due (rivoluzioni) siamo fuori dalla prassi democratica, nel caso tre se quel blocco sociale è minoritario allora quella forza politica è di nuovo non-democratica, se è maggioritario allora è quello la "massa" e dunque quella forza politica è di nuovo "populista". E nel primo caso, quei politici che "hanno preso il potere promettendo lacrime e sangue" possono averlo fatto solo ingannando gli elettori (e allora sono dei populisti, della specie peggiore) oppure mostrandogli che quelle lacrime e quel sangue si sarebbero trasformati successivamente in benefici (e allora sono ancora dei populisti, solo della specie migliore).
Sono le contraddizioni del principio del consenso: se si afferma democraticamente che il potere si giustifica con il principio di maggioranza e si accoglie il suffragio universale, poi si deve fare i conti con la necessità di "compiacere le masse" per legittimarsi al potere.
È la democrazia, bellezza. Il termine "populismo" ha certamente un suo significato, anzi ne ha molti (può essere impiegato per Napoleone Bonaparte come per Guglielmo Giannini) ma così come viene usato ogni giorno nel nostro dibattito politico, è solo il lamento di una classe dirigente spodestata che non sa più che pesci pigliare.

Le propongo...

gspadaro 11/9/2018 - 15:56

...un piccolo esperimento mentale. Prenda le piattaforme politico programmatiche e lo stile comunicativo di - mettiamo caso - Margaret Thatcher da una parte e Giggino Di Maio dall'altra parte. Li confronti. Se non riesce a notare differenze, non si affatichi oltre.
Se Le dovesse capitare di scorgere qualche differenza, Le potrà essere utile, a livello informativo, sapere che esiste una comunità di parlanti (due esemplari dei quali sono costituiti dal sottoscritto e, con ogni probabilità, da MB, ma ne conosco personalmente degli altri) che sono soliti designare con la qualifica di populista Giggino, mentre non adoperano la stessa qualifica per Margaret. Detti parlanti, tra loro, comunicano scorrevolmente in base a detta convenzione linguistica.
Naturalmente, la rilevazione di tale uso linguistico non La obbliga ad aderire allo stesso, specie qualora Lei, per ragioni Sue, preferisca astenersi dall'uso di termini non rigorosamente neutri ed a-valutativi.
Credo che la minestra non possa essere allungata oltre.

Ringrazio anche per lo sforzo didattico. Temo che il soggetto a cui tale sforzo e' diretto sia incapace di apprezzarlo ed usarlo. E' una vecchia frequentazione, purtroppo. E non sembra capire quel che da lungo tempo gli e' stato spiegato. Non capira' neanche questa volta, ci scommetto. 

Sono consapevole di quella convenzione linguistica. Mi ero adoperato appunto per spiegare perché essa sarebbe a parer mio da evitare accuratamente: essendo grossolana, giudicante e divisiva, non aiuta né ai fini del dialogo, né ai fini della comprensione del processo storico.
Naturalmente ne Lei ne altri è tenuto ad accogliere questo mio modesto suggerimento, né io mi aspetto che lo si faccia.
Sorbiamoci la minestra così com'è.