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Buona volontà ma idee ancora confuse

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Io credo che una delle cose piu' interessanti dell'intervista sia:

premieremo gli atenei che danno maggiore indipendenza ai giovani ricercatori, che li fanno coordinatori e responsabili di progetto. E chi pubblica senza il proprio supervisore di dottorato, per valorizzare la loro proprietà intellettuale

Un mio pallino da parecchio tempo. Bisognerebbe obbligare i neo dottorati a non poter proseguire il proprio percorso accademico nello stesso ateneo dove hanno conseguito il dottorato. Questa abitudine tutta italiana di non muoversi mai, nemmeno per andare da Roma La Sapienza a Roma 3, consolida le dinastie dei baroni. Costringere la gente a muoversi all'interno delle universita' Italiane, se non addirittura valorizzare titoli di dottorato internazionali o periodi post-doc all'estero, aiuterebbe a non creare una classe di giovani ricercatori che si sentono in obbligo di chiedere il permesso al proprio ex-mentore per qualsiasi cosa vogliano fare.

 

Per la chiusura dei dipartimenti credo che invece ci sia poco da fare. Anche qui bisognerebbe poter permettere ai porfessori di trasferirsi, per formare poli competenti. L'universita' italiana e' invece formata da centinaia di mini dipartimenti, dove non ci sono gruppi di ricerca ma singoli specialisti (con conseguente aumento di potere).

Anche qui bisognerebbe poter permettere ai porfessori di trasferirsi, per formare poli competenti. L'universita' italiana e' invece formata da centinaia di mini dipartimenti, dove non ci sono gruppi di ricerca ma singoli specialisti (con conseguente aumento di potere).

I trasferimenti sono possibili ed anche incentivati. Un tempo erano molto frequenti - i professori venivano formati nelle grandi università, trovavano posti in quelle piccole/satelliti e poi i migliori o i più appoggiati tornavano nelle grandi. Ora sono molto rari perchè è molto più  economico e politicamente facile reclutare i giovani locali e promuovere personale già in servizio. Inoltre la mobilità è ridotta da considerazioni economiche - gli stipendi sono eguali ovunque, spostare la famiglia è difficile e mantenersi due case è costoso.

Il problema dei mini.dipartimenti è stato risolto dalla legge Gelmini, che impone un numero minimo di docenti molto alto (40-50). Casomai si pone il problema opposto - enormi dipartimenti senza nessuna coerenza scientifica

E' vero, la legge Gelmini ha previsto l'accorpamento dei dipartimenti. Questa legge pero' non ha prodotto nulla di buono per come e' stata applicata.

Infatti i dipartimenti piccoli non sono stati cancellati, ovviamente, ma si sono accorpati fra di loro. Facendo una ricerca fra i vari dipartimenti delle universita' italiane si trovano fantasiosi dipartimenti di chimica e geologia o di fisica e biologia. In alcuni casi l'accorpamento e' solo burocratico e gli uffici e le aule continuano a essere separate.

Sarebbe stato auspicabili fornire ai professori, anche quelli gia' in ruolo, e ai ricercatori la possibilita' di riformare i dipartimenti puntando solo su alcune aree tematiche. Ad esempio  Bologna Astrofisica Firenze Fisica delle nanotecnologie (esempi giusto pur parler), in maniera da creare gruppi competitivi. Questa situazione (a costo zero) sarebbe facilmente praticabile in molte parti di italia, dove gli atenei distano a solo mezz'ora di treno l'uno dall'altro e dove, quindi, la riorganizzazione del personale potrebbe avvenire senza dover per forzare il personale a traslocare.

Invece la legge Gelmini, per quello che ho visto io, non ha prodotto niente di buono (pur se l'idea di base era buona). Oggi ci ritroviamo con dipartimenti grandi (con tutti gli svantaggi amministrativi del caso), dove pero' continua a esserci un cultore della materia per ogni singolo settore disciplinare il quale quindi continua a essere barone indiscusso poiche' privo di ogni concorrenza interna. 

Questa situazione e' l'esatto contrario di quanto avviene in altri paesi (america, inghilterra, francia, germania,..) dove si cerca di creare dei poli di eccellenza.

Da noi per esempio hanno accorpato Fisica (per lo più teorica) e Scienze della Terra, dipartimento che non hanno mai avuto niente a che fare fra di loro. Questo pur esistendo altri dipartimenti minori come Scienze ambientali, naturali, architettura o grossi come Ingegnieria civile che hanno da sempre rapporti sia di ricerca che didattici con le Scienze della Terra. Meglio sarebbe stato accorpare i diaprtimenti di geologia emiliani in uno o due poli, ne esistono a Parma, Modena, Bologna, Ferrara, poi appena fuori, abbiamo Ancona, Padova, Milano, Firenze. Insomma fatta la legge trovato l'inganno.
Io poi sono un esempio di quelli che fanno dottorato e post-doc sempre nello stesso posto. In realtà ho avuto rapporti con vari atenei all'estero e collaboriamo sempre con altri. Mi sono sempre trovato bene ed ho quasi sempre avuto un confronto corretto con docenti e ricercatori di ruolo. Ho quasi sempre fatto le ricerche che mi interessavano, trovando una coincidenza di interessi con altri. Adesso lavoriamo molto in convenzione con grosse compagnie estere e il mio stipendio è pagato con finanziamenti esterni. Poi se dovessi cambiare e andare a fare il ricercatore altrove pensate che riuscirei a gestire una famiglia con 2 bimbi, una casa qui e un affitto altrove? Con 1800 euro al mese se per caso fossi assunto come ricercatore, se no anche meno. Selezionare il personale "nativo" può essere un vantaggio. Io non passo due tre ore al giorno in autobus e treni, non dipendo da scioperi, nevicate, malattie dei bimbi, sono riuscito a farmi bastare il misero stipendio di assegnista e anche vuoti di stipendio, proprio perché sono rimasto nella mia città natale.

se ho capito bene, l'idea è di creare dipartimenti specializzati per disciplina con docenti di università diverse. Mi sembra abbastanza difficile e foriero di confusione. Infatti  la didattica ovviamente richiede docenti di discipline diverse. Come sarebbe organizzata? Ciascun docente sarebbe inquadrato in un dipartimento locale per la didattica ed in uno regionale per la ricerca?  E da chi sarebbe pagato?

però l'idea di avere dipartimenti grandi (e a norma di legge) e con un discreto bacino d'utenza poteva avere un senso. Ovviamente è impossibile chiedere al Rettore di Parma di chiudere un dipartimento e spostare tutto il corpo docente-ricercatore a Modena (o viceversa), però di fatto quello che si sta facendo in assenza di investimenti è quello. Invece che un trasferimento rapido e doloroso sarà un lento declino. Perché se per sopravvivere ci vogliono 40 strutturati e non si assume nessuno (e decide l'Ateneo, mica mia nonna) e ovviamente c'è gente che va in pensione, bisogna solo calcolare in quale anno, col presente ricambio il dipartimento chiuderà o dovrà confluire in altro più grande, con la conseguenza che diminuirà sempre di più il potere politico e di assunzione e quindi si sparisce.