Il congelamento di Zopa.it: alcuni chiarimenti

23 luglio 2009 andrea moro

La scorsa settimana ho brevemente commentato su questo sito la cancellazione del social lender Zopa.it dall'albo degli intermediari. Come chiarii già allora, la mia valutazione si basava sulla sola informazione disponibile via organi di stampa. Poiché, nel frattempo, maggior e più completa informazione si è resa disponibile, vorrei, per correttezza nei confronti di Bankitalia, fare un po' di aggiuntiva chiarezza riguardo alcuni aspetti rimasti un po' oscuri sia nel mio articolo che nel dibattito emerso nei commenti. Ringraziamo i lettori che hanno contribuito, anche privatamente, a chiarire i nostri dubbi.

Innanzitutto, è chiaro che Zopa non operava nel rispetto delle norme bancarie. Zopa, nonostante le raccomandazioni preventive comunicate in fase di accettazione dell'iscrizione nel registro degli intermediari, raccoglieva di fatto depositi su un proprio conto pur non essendo autorizzata a farlo. Zopa avrebbe dovuto essere un intermediario (un puro broker) che effettuava esclusivamente servizi di pagamento attraverso una piattaforma per mettere in contatto lenders e borrowers. Non ci sarebbe dovuta essere alcuna intermediazione: questo era il progetto e questo era quanto autorizzato. La autorizzazione preventiva sembra essere stato un atto (forse incauto) di buona volontà da parte del regolatore.

Per Zopa era decisamente meno costoso (in termini di costi per bonifici, spese amministrative del conto; ecc.) operare con un singolo conto che mettesse assieme i fondi dei prestatori piuttosto che mantenere singoli conti intestati ai prestatori, garantendo la separatezza dei patrimoni, come invece prospettato in una delle soluzioni proposte. Che questo sia completamente fattibile è ovvio a chiunque abbia un conto con un broker USA (esempio, Fidelity) che infatti mantiene presso una banca conti completamente separati per ognuno dei suoi clienti. La motivazione per far questo è ovvia e non mi ci dilungo.

Zopa, invece, acquisiva di fatto la titolarità dei fondi dei propri clienti e li metteva tutti in un'unica pentola: in media e in modo stabile, Zopa manteneva nel conto un saldo rilevante formalmente da essa detenuto. Questa è la raccolta abusiva. Il fatto che il contro fosse infruttifero, anche se garantisce la buona fede di Zopa, è irrilevante. Siccome Zopa fin dall’inizio non ha purtroppo garantito la segregazione del patrimonio dei lenders, quando si è trattato di realizzarla effettivamente vi è stato un problema di tempi. Ci voleva tempo, oltre quello previsto dalla legge (la legge 241 sui procedimenti amministrativi) per prendere una decisione da parte di Bankitalia, che è stata costretta ad intervenire. A Zopa rimane comunque la possibilità di mettersi in regola e chiedere la reiscrizione.

Nei commenti sono state poi sollevate, anche dal sottoscritto, critiche di ambiguità nel comportamento di Bankitalia. Abbiamo accertato che il ritardo temporale fra iscrizione e ispezione è dovuto al fatto che l’iscrizione venne effettuata quando responsabile del controllo sugli intermediari ex art. 106 era l’Ufficio Italiano dei Cambi (presieduto dal Governatore, ma con un’amministrazione del tutto separata e autonoma rispetto alla Banca d’Italia). Solo dall’inizio del 2008 l’UIC è confluito in BI, ed è passato del tempo prima che BI potesse dotarsi di una adeguata struttura per vigilare questi intermediari, che son più di mille ed hanno pratiche, modi di operare (e possibilità di truffa) completamente diversi.

In sostanza, rimane forse inalterato il giudizio iniziale riguardo alla difficoltà ad innovare ed entrare nel mercato dell'intermediazione bancaria, ma questo sembra essere dovuto più a carenze legislative e ad una "povertà tecnica" di ciò che offre il sistema Italia che ad arbitrarietà o cattiva volontà nell'azione del regolatore bancario.

27 commenti (espandi tutti)

La valutazione del caso specifico da parte di Andrea Moro si è meglio qualificata sulla base di precise informazioni.

Devo dire che sono generalmente condizionato da un pregiudizio a favore di Banca d'Italia e a sfavore del blog di Zopa. E' vero che questo pregiudizio ha vacillato nel passato, ma insomma io vedo adesso ampie ragioni per confermarlo. Quindi, lo confesso, parto ad esaminare i casi specifici sulla base di un pregiudizio che cade davanti a esplicite prove a sfavore, ma che non chiede preliminari prove confermative.

Più in generale e prescindendo totalmente dal caso specifico, non concordo sulla valutazione complessiva di Andrea Moro. Lo schema di intermediazione diretta risparmiatore-impresa non regge. E' uno schema pericoloso e di debole difesa del risparmiatore, anche in assenza di qualsiasi irregolarità. Non posso fermarmi nell'impresa davanti a cui passo andando in auto in ufficio per chidere se posso investirci i miei risparmi. L'impresa che si rivolge direttamente ai risparmiatori deve rispettare diverse regole di cautela (del tipo prospetto di emissione, regole di governance, regole di trasparenza, ...). E per quale ragione posso invece fermarmici su un canale di comunicazione telematico ?

Lo schema che meglio difende il risparmio si basa su intermediari che "lavorano" il rischio. La banca difende in modo incisivo il risparmio popolare (sembra incredibile vero ?). Quindi, se fossi io il grande coordinatore della vigilanza sugli intermediari e sui mercati finanziari, darei indicazioni restrittive su Zopa e le sue sorelle.

Non sono d'accordo: purchè il prestatore potenziale sia informato del diverso livello di garanzia non vedo perchè non lasciargli scegliere di fare un' investimento di questo genere.

I prospetti informativi che le imprese devono pubblicare per finanziarsi sul mercato sono utili solo per gli investitori professionisti, per tutti gli altri rappresentano una garanzia puramente formale. Il modello di Zopa e simili è diverso, basato sulla fiducia degli investitori nei gestori della piattaforma.Una volta assicurata la legittimità di questi enti non vedo perchè non lasciare ai singoli la scelta di fidarsi o meno.

In effetti moral hazard e agency problems non scompaiono magicamente se si usa Zopa. Tuttavia mi permetto di segnalare alcune considerazioni di W. Easterly in merito alla recensione di un libro di V. Smith:

"The standard “rationality” model that looks at only explicit constraints and logical reasoning (“constructivist”) is way too simplistic for Smith. An example is the well-known two-player game, the prisoner’s dilemma, when each player gets a higher payoff by cheating if the other doesn’t. The payoff is still very high if neither cheat, and it is the lowest if both cheat. Rational behavior predicts that both players cheat and hence wind up with the lowest payoff. Yet laboratory experiments with real human subjects and real money find that both refrain from cheating surprisingly often".  In particolare:
So players are behaving “irrationally,” yet Smith points out that they have managed to get a better outcome than what “rational” behavior would achieve. He argues that players have unconscious social norms of “fair” behavior (and also they may find ways of “socially” signaling to each other these norms, since one thing we know about humans is that their social skills are highly advanced). Unconscious sociability allows humans to realize gains from social exchange that cannot be captured by the explicit “rational decision” model. He finds more evidence for this idea by subtle variations in the social context of the experiment.
Per quanto mi riguarda aggiungerei soltanto che anche gli importi in gioco possono avere qualche importanza. Off topic mi viene in mente che spesso (in particolare in Italia) ciò che viene punito è il furto in quanto tale e la punizione non cresce proporzionalmente al valore della refurtiva e alla reiterazione. Tornando al tema in questione: per  importi  di ammontare limitato i costi indiretti del default per la controparte insolvente possono essere assai superiori ai vantaggi immediati.

Sono parzialmente d'accordo con lei. E' sostanzialmente condivisibile quando dice

Non posso fermarmi nell'impresa davanti a cui passo andando in auto in ufficio per chidere se posso investirci i miei risparmi. L'impresa che si rivolge direttamente ai risparmiatori deve rispettare diverse regole di cautela (del tipo prospetto di emissione, regole di governance, regole di trasparenza, ...).

Tuttavia io, da liberista convinto, credo che il mercato debba innovarsi di tanto in tanto. In questo senso il social lending altro non è che un'innovazione bella e buona che garantisce ai borrowers minori tassi di interesse passivi rispetto al mercato creditizio tradizionale. Esiste una possibilità di default, ovviamente, ma dove non esiste? Un'altra domanda: come mai nei paesi anglosassoni il SL va bene e non c'è alcuna istituzione o autorità statale che ne impedisca la diffusione (tralasciando la legislazione)?

Infine, definirei il comportamento di Bd'I legittimo (almeno secondo le normative vigenti..), ciò nonostante non posso esimermi dal dire che in questo modo si riduce la concorrenza nel settore creditizio, rafforzando di fatto le posizioni 'privilegiate' dei grandi gruppi bancari italiani.

Altroconsumo ha calcolato il TAEG dei prestiti offerti tramite piattoforme on line.

In particolar modo per Boober abbiamo verificato il TAEG applicato ai prestiti conclusi nell'ultimo mese a seconda della tipologia di rating (154 offerte).

La media dei Taeg applicati va dal 10,85% fatto pagare ai richiedenti col rating migliore AAA (massima affidabilità finanziaria) al 19,09% fatto pagare ai richiedenti col rating peggiore D.

I tassi sono assolutamente allineati a quelli di mercato.

Piuttosto occorre mettere l'accento sul fatto che chi sottoscrive questi prestiti non ne conosce spesso il Taeg. Ci si basa solo sul tasso d'interesse che non comprende i costi chiesti dai gestori per la loro attività.

Serve per questo un intervento delle Autorità di controllo. Occorre che la normativa venga modificata per rendere obbligatoria la presenza del Taeg anche per questi finanziamenti.

 

 

 

Concordo con Giulio Tagliavini: anche a me sembra che lo schema più adeguato per difendere il risparmio si fondi su intermediari che 'lavorano il rischio'. Cioè che, a proprio rischio, prestano potere d'acquisto ai richiedenti e che, sempre in proprio, si rendono garanti in contropartita con i depositanti.

Non credo sia migliore lo 'schema diretto' (risparmiatore-richiedente credito) perché nessun risparmiatore ha adeguate capacità di analizzare i rischi di credito. E questo per diversi motivi, non ultimo quello relativo alla qualità dei dati che il richiedente fornisce. La quantità di richiedenti 'opportunisti' (per dirla alla Williamson), o 'imbroglioni' (per decodificare Williamson con le sue stesse parole), sembra essere sempre in agguato. Le banche hanno sicuramente migliori strumenti per difendere e per difendersi e, in Italia, hanno la possibilità di migliorare di molto.

Restano comunque aperti diversi problemi. Ad esempio un problema di competitività e, quindi, di barriere all'entrata nel settore bancario; ma ache un problema di barriere all'uscita. Si dovrebbe affrontare la questione da entrambi i lati: il che mi sembra una posizione platonica... Abbiamo visto, e stiamo osservando oggi con i nostri occhi, come la faccenda delle barriere all'uscita sia estremamente complessa; talmente complessa che è tornato di nuovo quasi tutto nelle mani dello Stato (l'IRI degli anni 30 ha fatto scuola). Con buona pace di chi voleva scindere la stabilità dalla competitività nel settore bancario: alla luce dei fatti si vede ora che si trattava di anche in questo caso di posizioni platoniche.

 

Scusa l'ignoranza, per barriere all'uscita cosa intendi? La difficolta' a far fallire le banche?

Scusa ma il principio di base della "lavorazione del rischio" dopo 400 anni è ancora quello della diversificazione. Due delle ragion d'essere delle banche sono sempre state i costi di transazione (costo di trasferire fondi da A a B) - che stringi stringi è una semplice economia di scala - e l'asimmetria informativa (il lender non è in grado di valutare la solvibilità del borrower). Ora, in entrambi i casi direi che la situazione è migliorata parecchio, e siti come Zopa dovrebbero avere come scopo soprattutto quello di ridurre il problema informativo... Non credo che Zopa sostituirà le banche, ma mi sembra un modello interessante.

Sul punto di fondo mi trovo in accordo con Tagliavini e Biffis. Concedere credito è, anzitutto, un problema di informazione: raccogliere ed organizzare l'informazione costa. Per questo i piccoli creditori sono svantaggiati e non possono avere accesso a mercati "anonimi" come quello dei corporate bonds: perché raccogliere informazioni sui rischi attinenti ad un prestido di 10K euro costa meno, ma non proporzionalmente meno, che fare la medesima cosa per un prestito di 100M euro. Quindi il secondo conviene farlo (non scordiamoci mai che dietro ad ogni emissione di corporate ci sono una o più banche a fare il lavoro, non avviene per magia) mentre il primo no.

La "diversificazione" non è un'alternativa alla raccolta di informazione, ma una conseguenza. Diversificare vuol dire diversificare il rischio assumendone di differenti e possibilmente non correlati o negativamente correlati: questo non è possibile senza conoscere il rischio. Investire in 100 progetti diversi, presi a caso, non è soluzione: da un lato perché i costi di transazione sarebbero enormi se ogni investimento fosse di 100 o 1000 euro e, dall'altro, perché la limitatezza delle opportunità d'investimento disponibili al piccolo investitore favorirebbe, nella maggioranza dei casi, l'assunzione di rischi altamente correlati.

Strumenti come Zopa vorrebbero replicare il mercato dei corporate bonds per i piccoli creditori (i piccoli investitori, se non sono proprio microscopici, in qualche maniera possono investire già in corporate bonds, anche se non direttamente). Perché questo sia possibile sembrano necessari strumenti legislativi e procedurali più snelli degli attuali, altrimenti i costi di transazione li soffocano.  Non m'intendo dei dettagli del problema, quindi non vado oltre questa osservazione.

Però, ed è un però importante, Bd'I dovrebbe porsi il problema: perché modelli di business di questo tipo possono funzionare e funzionano all'estero e non da noi? Dove sta l'ostacolo? È rimuovibile? Posso contribuire a rimuoverlo? Aldilà dei casi Zopa e Centax, queste mi sembrano le domande da porsi e che soprattutto Bd'I dovrebbe porsi. La rilevanza anche immediata di tali questioni mi sembra palese in un paese con 4.500mila imprese, nella stragrande maggioranza piccolissime e notoriamente oberate dal costo del credito e dalla sua difficile accessibilità.

Questo motivò, credo, il post iniziale di Andrea: nello stesso momento in cui il Governatore della Bd'I spezzava una lancia (con argomenti a mio avviso discutibili dal punto di vista logico, ma purtroppo mai ho trovato il tempo per dibatterli) a favore di considerazioni di "equità" nella conduzione del sistema economico, l'istituzione che lui dirige effettuava un intervento certamente dovuto ma palesemente ortogonale a tali considerazioni. Compiuto il proprio dovere istituzionale, cosa appropriata, forse occorre immediatamente dopo chiedersi: perché a così tanti e di così diverse parti, condizioni ed opinioni, la gestione ed erogazione del credito in Italia appare "iniqua", "ingiusta", "vessatoria" e via dicendo cattiverie?

Ecco, questa domanda credo doveroso rivolgerla anche (non solo, ma anche) alla Banca d'Italia. Al momento, devo dire, non ho ancora udito risposte, ma è estate, quindi attendiamo con fiducia.

La legislazione corrente e il ruolo della Banca d'Italia sono rivolte alla tutela dei depositanti. L'esercizio del credito è una attività soggetta a restrizioni assai più limitate rispetto alla raccolta, praticamente è libera (basta avere i soldi). Per raccogliere denaro dal pubblico indistinto serve una "banca" (con requisiti ed iter di autorizzazioni piuttosto stringenti). Per prestare soldi basta una "società finanziaria" (iscritta in apposito registro, ora presso la Banca d'Italia, ma si tratta quasi di un silenzio-assenso). Da dove prendono i soldi le finanziarie ? Mezzi propri oppure finanziamenti da soggetti qualificati (in primis, le banche o altre società, mai dai risparmiatori). Il problema di Zopa.it è che voleva fare la società finanziaria, ancorchè di pura intermediazione, ma, probabilmente solo per una serie di vincoli tecnici che non ha saputo superare altrimenti, si è ritrovata a fare la banca (almeno formalmente). Non esiste dunque una mancata vigilanza preventiva da parte della Banca d'Italia che è poi corsa ai ripari dopo aver girato lo sguardo altrove. Verosimilmente non esiste nemmeno l'intenzione di Zopa.it di fare la banca. Tuttavia il problema sollevato ha delle implicazioni rilevanti anche per qs ultima: se Zopa.it acquisisce la titolarità dei fondi (seppur per pochissimo tempo e senza lucrare interessi) e li gira dai suoi conti ai soggetti finanziati, si fa formalmente carico del rischio creditizio, con tutto ciò che ne consegue.

a me la questione sembra chiara: zopa, in buona fede o meno (poco conta), si è messa a fare quella che in gergo giuridico/bancario si chiama "trasformazione delle scadenze", che identifica l'attività bancaria. Per fare attività bancaria devi sottostare a certi requisiti (costosi, tra l'altro) a cui zopa non adempie; il legislatore ha messo questi paletti per motivi assolutamente ragionevoli (e che ci sono in tutto il mondo) riconducibili ai rischi classici dell'attività bancaria, nonché agli altrettanto classici problemi di asimmetria informativa e monitoring di cui si è già fatto cenno. I prestatori di zopa stavano sopportando un rischio (quello di insolvenza/illiquidità di zopa) per cui non erano né remunerati (e fin li, affari loro) e di cui soprattutto non erano consapevoli perché, stando al contratto, zopa è un broker e non una banca. Come poteva BDI non intervenire?

Il problema delle barriere all'ingresso nel mercato del credito esiste e BDI deve lavorarci; se si vogliono abbassare/cambiare/riscrivere i requisiti per l'esercizio dell'attività bancaria, avanti, ma non credo che il problema sia qui. A me sembra, a naso, che il problema sia di monopoli/oligopoli locali, soprattutto se si analizzano i settori di attività separatamente (il "piccoli nel mondo, grandi in casa" non vale solo a livello internazionale)...non a caso, credo, si è scatenato un putiferio nel 2005 per una banca come antonveneta che non mi pare facesse cose esotiche o avesse chissà quali know-how o strategie di business, ma piuttosto con fortissima presenza locale , guardacaso in un'area economica dinamica, ad altissima presenza di PMI (nonché di patrimoni personali considerevoli) da cui mungere commissioni in ragione della propria posizione dominante...

Vi segnaliamo che anche l'altro sito di prestiti peer to peer www.boober.it probabilmente non potrà più operare.

Visitando il sito di Banca d'Italia si scopre che anche Centax la società che gestisce l'altro sito di peer to peer operante in Italia è stata cancellata dall'elenco degli intermediari ex articolo 106 del TUB.

http://uif.bancaditalia.it/UICFEWebroot/elenchiIntFinCancel_fw.jsp?lingu...

Il decreto di cancellazione che risalirebbe al 14 luglio scorso non è stato notificato ancora alla società che dunque è ancora operante così come lo è ancora il sito www.boober.it.

Nel caso di Centax la cancellazione però sarebbe legata alla sua attività principale che è quella di garanzia degli assegni usati per pagamenti nei negozi commerciali. Attività che Ceentax svolge dal 1988.

Banca d'Italia ritiene che Centax con la sua attività presta fideiussoni a garanzia degli assegni e che dunque dovrebbe avere per questo motivo un patrimonio più elevato di quello attuale per operare.

Sul nostro sito www.altroconsumo.it trovate un approfondimento sul caso con la lettera spedita a marzo 2008 a Banca d'Italia per chiedere spiegazioni sull'operatività dei due siti www.zopa.it e www.boober.it e la risposta dell'Autorità di controllo.

http://www.altroconsumo.it/prestiti/bankitalia-cancella-zopa-s249393/notizie-p12530.htm

 

E' confermata quindi l'eliminazione del social lending in italia, come avevamo ipotizzato nel topic precedente su Zopa.it. 

Altroconsumo ritiene che il prestito peer to peer possa essere un'interessante innovazione tecnologica anche per i consumatori, però solo a patto che rispetti le regole di trasparenza, correttezza e garanzia imposte dalla normativa di mercato. Ci auguriamo che l'intervento della Banca d'Italia sia di stimolo anche alla stessa Autorità per disegnare un nuovo quadro normativo veramente a tutela dell'utente finale anche per queste nuove forme di finanziamento, che hanno incontrato molto favore: al 10 luglio risultavano iscritte a Zopa ben 40.000 persone e ben 5.000 persone avevano operato attivamente sul sito. Proprio per questo sul prossimo numero di Hi_Test, il fenomeno sarà affrontato in tutta la sua complessità.

Come voi sostenete il prestito peer to peer è un'interessante innovazione che in un anno e mezzo ha ottenuto un buon riscontro sul mercato italiano, però non capisco cosa chiedete? Perchè non proponete una valida alternativa alle soluzioni che Zopa ha adottato o avrebbe voluto adottare? Ho capito che la gestione separata del conto omnibus (borrowers e lenders) sia lesiva degli interessi dei consumatori, però resta il dubbio su come fare a rendere lecito in italia, ripeto in italia, il social lending. In questo senso è evidente l'assenza di normative volte a garantire il corretto funzionamento del SL, sia per tutelare gli interessi dei consumatori che delle relative società di intermediazione creditizia.


Altroconsumo ritiene che tutti gli operatori che offrono investimenti/finanziamenti sul mercato debbano rispettare le norme di tutela previste dalla normativa a favore dei consumatori.

In particolar modo per i finanziamenti la normativa sul credito al consumo, per gli investimenti le tutele previste dal TUB e dal TUF tra le altre cose in tema di riserve di bilancio e di trasparenza.

Per noi è essenziale che l'innovazione interessante del peer to peer sia regolamentata per assicurare la massima tutela agli utenti.

Lasciamo alla Banca d'Italia le modalità tecniche per assicurare ciò.

Finora tutto è andato bene con Zopa e Boober. E' pur vero che non ci può affidare alla buona sorte quando si parla dei risparmi dei consumatori. Le cronache sono piene di personaggi più o meno loschi che fingendosi banche raccolgono depositi per poi fuggire all'estero. Meglio intervenire prima piuttosto che risarcire dopo il danno subito da utenti ignari.

 

Ho capito che la gestione separata del conto omnibus (borrowers e lenders) sia lesiva degli interessi dei consumatori, però resta il dubbio su come fare a rendere lecito in italia, ripeto in italia, il social lending. 

Vorrei chiarire il mio pensiero, io credo che il business model "illegale" di zopa.it sia assolutamente ragionevole, e dovrebbe essere reso "legale", previa opportuna informazione ai creditori dei rischi connessi con l'utilizzo del conto omnibus. Non solo, non c'e' nessun motivo perche' questo conto sia infruttifero, cosa che risulta solo in un regalo alla banca titolare del conto. Il difetto se c'e' e' tutto legislativo. Se davvero i tassi per prestiti poco rischiosi arrivano a superare il 10%, come riportato in un commento sopra, mi sembra ovvio che in questo business ci sono rendite considerevoli, visto che a nessun piccolo risparmiatore e' possibile prestare a questi tassi, e che i marginali aumenti di rischio sono del tutto ragionevoli di fronte a tassi del genere. 

Bankitalia ha dovuto intervenire per rispettare una legge secondo me difettosa nel promuovere l'innovazione finanziaria e nel rispettare la liberta' contrattuale dei piccoli prestatori e debitori. 

Bankitalia ha dovuto intervenire per rispettare una legge secondo me difettosa nel promuovere l'innovazione finanziaria e nel rispettare la liberta' contrattuale dei piccoli prestatori e debitori.

Ma Bankitalia tramite il CICR può intervenire nel modificarla, o sbaglio? La legge è sicuramente difettosa (quindi modificabile..appunto), ma io credo che Bd'I non voglia intervenire. Ho la sensazione che il SL non sia particolarmente gradito.

 

 

 

Ma Bankitalia tramite il CICR può intervenire nel modificarla, o sbaglio? La legge è sicuramente difettosa (quindi modificabile..appunto), ma io credo che Bd'I non voglia intervenire.

Il Governatore partecipa alle sedute del CICR, ma non ne è ovviamente membro, visto che il CICR è un organo governativo.

Non so giudicare le congetture che fai, ma rimane il fatto che il problema sembra essere relativamente poco di legislazione - "cosa", esattamente, andrebbe modificato nel TUB? - e molto di struttura di mercato. Una volta intesa la questione (ossia che Bd'I chiedeva semplicemente la segregazione dei conti dei vari depositanti) a me sembra che gli argomenti "pro Zopa" cadano all'istante. La domanda rilevante è:

Perché Zopa non riesce/vuole/può/whatever segregare i conti dei suoi investitori?

Alternativamente:

Perché Zopa non fa richiesta di operare come banca che raccoglie risparmio, offrendo poi ai suoi clienti il particolare schema d'investimento che la caratterizza?

Perché Zopa non riesce/vuole/può/whatever segregare i conti dei suoi investitori?

A me sembra ovvia la risposta a questa domanda: tenere un conto in Italia costa moltissimo anche solo di Bolli, credo che semplicemente sia impossibile questa soluzione.

Perché invece non possa operare come banca non lo so. 

Not an expert, ma tra gestione delle riserve obbligatorie, segnalazioni contabili obbligatorie ecc. ecc. credo che i costi lieviterebbero non poco ad operare come banca. Non capisco invece perché non possano funzionare solo da punto di incontro tra chi vuole prendere a prestito e chi vuole prestare i soldi, con trasferimento dei fondi diretto tra prenditori e datori.

Anche questo farebbe aumentare i costi, temo. Se uno vuole prestare 500 euro a 10 persone, deve fare 10 bonifici.

Non sono aggiornatissimo, ma gli ultimi due conti online che ho avuto in Italia (Fineco e WebSella) non facevano pagare niente per bonifici fatti online. Comunque era giusto per dire che non mi sembra firstbest assumere una struttura bancaria per promuovere il social lending. Il sito dovrebbe limitarsi a fare due cose:

(1) Prevedere un'interfaccia standardizzata per i potenziali prenditori con i dati da fornire per ottenere il prestito.

(2) Fornire ai datori uno strumento per il tracking dei pagamenti verso i diversi prenditori che valga anche ai fini giuridici in caso di truffe ecc.

Altrimenti tanto vale depositare i soldi su un conto corrente e lasciare che la propria banca si occupi di prestarli, alla fine le banche servono prevalentemente a quello.

Prestito Sociale Coop

ME 27/7/2009 - 11:28

Intanto, a mio padre, ieri hanno consegnato un volantino per diventare SOCIO PRESTATORE di NovaCoop... Ecco, vorrei approfittare di questo spazio e degli autorevoli commentatori per capire come è possibile che loro possano raccogliere risparmio (corrispondendo interessi), finanziare attraverso il Prestito Sociale COOP (http://www.ciao.it/Prestito_Sociale_Coop__Opinione_661099) e, recentemente, avviare una specie di credito al consumo attraverso la carta di pagamento SOCIOCOOP VALORE: "http://www.e-coop.it/CoopRepository/COOP/CoopConsumatoriNordest/file/fil00000025704.pdf".

In particolare, non mi è chiaro dal volantino in che cosa consista questa carta:

...pagare comodamente la spesa in qualsiasi punto vendita Nova Coop con addebito, esclusivamente per il calcolo degli interessi, il giorno 15 del mese successivo...

Come va interpretato quell'esclusivamente?

In generale, perché non c'è indicato il nome di una Banca a garanzia dei depositi? In fondo, non è che anche loro hanno adottato la stesso meccanismo di ZOPA?

Semplice: il prestito è riservato solamente ai soci della cooperativa.

E' un po' diverso, tu socio presti soldi alla cooperativa che (nel caso del secondo link che hai postato) te li rimoborsa in beni (la spesa alla coop). Il prestito sociale è una forma di finanziamento delle cooperative, puoi trovare maggiori info nel LINK.

 

Non so giudicare le congetture che fai, ma rimane il fatto che il problema sembra essere relativamente poco di legislazione - "cosa", esattamente, andrebbe modificato nel TUB? - e molto di struttura di mercato. Una volta intesa la questione (ossia che Bd'I chiedeva semplicemente la segregazione dei conti dei vari depositanti) a me sembra che gli argomenti "pro Zopa" cadano all'istante.

Per difetto legislativo intendo la scarsa predisposizione del TUB a tutelare gli interessi di clienti e società nel Social Lending. Se è vero che le soluzioni proposte e realizzate da Zopa non erano in linea con le normative e se contemporaneamente è vero che si vuole il SL in Italia, in quanto innovazione positiva per il mercato, perchè non è stato fatto nulla in merito? In altre parole, io Bd'I cancello Zopa - quindi decido di chiudere il SL in Italia a quelle condizioni (quelle di Zopa) - e contemporaneamente dico a quest'ultima di cambiare status oppure di liquidare le posizioni aperte, tuttavia non cerco soluzioni per favorire la diffusione del SL. Noto una certa ambiguità: il SL è un'innovazione considerata buona, però non si fa nulla affinchè la si possa implementare efficacemente nel nostro sistema finanziario. A me pare proprio così.  

La scorsa settimana Andrea diceva

Insomma, dopo mesi di ispezione, ci si appella ad un cavillo formale per bloccare le attività di un'impresa che, nel suo piccolo, contribuisce alla concorrenzialità del sistema bancario di cui Bankitalia dovrebbe essere garante!

Per aggiungere un elemento alla discussione vorrei sottolineare che BdI NON ha il ruolo di garantire la concorrenzialita' del sistema bancario. Tale ruolo e' stato trasferito all’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato (Legge 28 dicembre 2005, n. 262). Alla BdI rimane solo il compito di operare in modo da "assicurare la stabilità monetaria e la stabilità finanziaria". Il legislatore ha infatti ritenuto (a torto o a ragione) che tutela della concorrenza e della stabilita' siano due obiettivi potenzialmente in contrasto l'uno con l'altro.

L'ultimo intervento contiene qualche imprecisione. Secondo l'art. 5 del TUB, le autorità creditizie - tra cui Bd'I - esercitano i poteri alle stesse attribuiti in vista della stabilità complessiva del sistema finanziario, della sua efficienza e competitività e dell'osservanza delle disposizioni in materia creditizia.

La Bd'I ha conservato un ruolo consultivo anche in materia di tutela della concorrenza, cfr. l'art. 20 della l. n. 287/1990 dopo le modificazioni introdotte dalla l. n. 262/2005 sulla protezione del risparmio.

In ogni caso, è chiaro che Zopa non contribuiva alla concorrenzialità del sistema bancario, non essendo una banca: infatti, la censura rivoltale da Bd'I è che esercitava la raccolta del risparmio - attività riservata alle banche, per i motivi posti in chiaro da alcuni interventi che precedono - senza esservi autorizzata.

Certamente, le disposizioni del TUB possono essere criticate, auspicandone la modificazione; ma il compito della Bd'I è assicurarne il rispetto, non disattenderle per seguire le mode del momento.

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