Alcune note sul concetto di privacy

13 agosto 2008 alberto bisin

Mi è stato chiesto da La Stampa di provare a ragionare sull'argomento. In estate la mia capacità argomentativa rallenta. Però ho studiato diligentemente. Ecco il risultato tradotto per nFA.

Nella filosofia politica classica inglese il diritto alla privacy è concepito principalmente come difesa dell’individuo dal potere dello stato. Nella sua prima formulazione sistematica, ad opera dei giuristi americani Samuel Warren e Louis Brandeis nel 1890, il diritto alla privacy è definito conseguentemente in modo minimale: come il diritto “di essere lasciati in pace” - “to be let alone”. Trovo questa definizione meravigliosa; mi fa pensare allo Utah e al Montana, alle praterie,..., affascinante e romantica (poi lì ci sono conseguentemente anche le milizie private, etc., un po' meno affascinante).

Da allora l’interpretazione del concetto di privacy è stata estesa enormemente dalla pratica giuridica americana come da quella europea. Negli Stati Uniti, ad esempio, la Corte Suprema ha basato sul diritto alla privacy la legislazione riguardante i matrimoni interrazziali e l’aborto. Si vedano qui e qui storia e considerazioni teoriche e giuridiche sulla privacy, rispettivamente, negli Stati Uniti e in Italia.

Il diritto alla privacy non è però saldamente riconosciuto come un diritto individuale inalienabile, alla specie ad esempio della libertà di pensiero. Alcuni giuristi ed economisti (il più importante dei quali è Richard Posner) ritengono che il controllo di un individuo riguardo alla disseminazione di informazioni anche private che lo riguardano possa tendere in generale a ledere gli interessi di altri individui. Questo sarebbe il caso, ad esempio, di un professionista che nasconda ai propri clienti aspetti della sua vita privata dalla conoscenza dei quali essi potrebbero essere indotti a dubitare della sua onestà professionale.

Non sono certo di dove si vada a parare seguendo questa linea di pensiero. Ma forse è solo mia ignoranza giuridica. Proviamo a ragionarci sopra per bene (cosa che Michele e Andrea mi hanno aiutato a fare). Prima di tutto, la questione dei diritti inalienabili è confusa. Facciamo chiarezza con una utile definizione (su cui Posner sarebbe d'accordo): un diritto esiste quando è efficiente garantirlo (efficiente nel senso degli economisti, Paretiano - ma chi non sappia cos'è vada avanti e guardi agli esempi che dovrebbero essere chiari lo stesso). In questo senso, in generale, il diritto di proprietà è un diritto che si giustifica così: è garantito il mio diritto di difendere la mia piscina dalle invasioni dei barbari del week-end (occhio che sparo!) - anche se con ciò danneggio i barbari che vogliono farsi un bagno - perché altrimenti io la piscina non l'avrei costruita; e se non l'avessi costruita non l'avremmo né io né i barbari e staremmo tutti peggio. Ovviamente questo argomento vale solo se 1) la costruzione della piscina non danneggia i barbari, 2) se la piscina abbisogna di essere costruita (nel caso di una piscina naturale ogni distribuzione del diritto al suo uso è efficiente, tutta a me, o in condivisione coi barbari, o tutta a loro).

Adesso proviamo per analogia a usare lo stesso argomento per capire se giustifichi il diritto alla privacy. Conosco un professore (non sono io, naturalmente) che se non potesse guardare (nulla di più, guarda ma non tocca; per quanto ne so) le studentesse in prima fila non avrebbe fatto il professore. Assumendo che alle studentesse non dispiaccia essere guardate, siamo nel caso della piscina: ai ragazzi della seconda fila piacerebbe guardare anche a loro (come ai barbari fare il bagno), ma solo il professore può farlo (e se non potesse avere il privilegio di farlo solo lui, sarebbe a Wall Street a fare soldi invece che in università a insegnare). Ma è questa una giustificazione del diritto alla privacy? È diritto del professore non far sapere a nessuno che lui guarda le ragazze? Lo è solo solo qualora non sia efficiente alla società saperlo, cioé se la sua privacy non danneggia direttamente qualcuno. Ad esempio, supponiamo che i professori un po' guardoni siano anche più proni al plagio nella ricerca o alla falsificazione dei dati. Beh, in questo caso l'università che assume il professore vorrebbe saperlo se il nostro ama guardare le ragazze o no. Non è più quindi vero che sia efficiente lasciargli il diritto alla privacy nel guardare le ragazze; non è vero che esista un diritto alla sua privacy. Credo sia questo che intende Posner.

Tutto questo è, comunque, irrilevante sotto certe condizioni, perché qualora sia possibile (da un punto di vista "tecnologico") auto-costringersi pubblicamente a render note informazioni private rilevanti, il mercato rende impossibile nascondersi dietro alla privacy. Questo è un esempio di quello che gli economisti chiamano "equilibrio di separazione" (lo stesso argomento, ma al contrario, dei mercati di "limoni" o di "moneta cattiva scaccia moneta buona" - legge di Gresham ): chi non ha nulla da nascondere si auto-costringerà pubblicamente; gli altri sappiamo che nascondono qualcosa. 

Abbondano gli esempi di situazioni di questo tipo, nelle quali limitazioni al diritto di privacy sono naturalmente richieste dai mercati nei confronti di coloro che esercitano posizioni pubbliche. Si pensi all’amministratore delegato di una società quotata in borsa che rende pubblico il proprio portafoglio finanziario e al politico che garantisce accesso alla propria cartella clinica.

Un amministratore di una società quotata che nasconda i propri interessi finanziari privati agli azionisti vedrà cadere il valore di mercato della società. Gli azionisti assumeranno che egli stia riducendo i propri interessi nella società stessa, possibilmente sulla base di informazioni private sfavorevoli sulla sua profittabilità: se le sue informazioni fossero favorevoli, l’amministratore non avrebbe infatti alcun incentivo a nascondere le proprie posizioni finanziarie. Lo stesso si può dire delle recenti pressioni dei mercati finanziari per meglio conoscere lo stato di salute di Steve Jobs, presidente di Apple Computers, considerato uno dei pricipali artefici del successo della società. Si comprende quindi anche il crollo di Apple in borsa in seguito al tentativo della societa’ stessa di difendere la privacy del presidente. La gravità di questa situazione va oltre gli effetti economici di una eventuale malattia di Steve Jobs, perché alimenta il rischio di manipolazione del valore di mercato della società da parte di coloro che hanno informazioni private sulla sua salute.

La trasparenza delle attività degli amministratori delle società quotate in borsa è generalmente richiesta per legge in quei paesi il cui codice civile maggiormente protegge gli investitori (ci insegnano che questi sono i paesi a common law, cioé quelli anglosassoni). L’intervento legislativo è giustificato in quanto il sistema giudiziario e le istituzioni incaricate del controllo del mercato dei capitali sono più facilmente nelle condizioni di monitorare le attività degli amministratori che non i singoli azionisti. Ma in un mercato finanziario competitivo ed efficiente, sono gli stessi mercati finanziari che hanno interesse a “legarsi le mani” per legge in modo da garantire gli investitori e così da limitare l’eventuale sconto dei valori delle proprie aziende sulla base di infondate aspettative negative.

La questione non è affatto diversa per quanto riguarda la politica. L’interesse degli uomini politici alla propria privacy è infatti chiaramente in opposizione all’interesse degli elettori ad essere informati riguardo ai rappresentanti alla gestione del bene pubblico. Non si vede ragione alcuna per cui l’interesse degli elettori dovrebbe riguardare solo l’attività politica in senso stretto dei propri rappresentanti e non debba includere, ad esempio, le loro attività economiche, le loro condizioni di salute, così come i loro comportamenti privati qualora essi rivelino aspetti rilevanti della loro condotta morale. Come però in ambito finanziario sono i mercati a richiedere trasparenza, così spetta agli elettori penalizzare quelli tra i politici che nascondano i propri interessi economici e privati dietro al diritto alla privacy. Se così si comportassero gli elettori, non sarebbe nell’interesse di alcun politico richiedere mezzi per poter meglio esercitare controllo sulle funzioni di una magistratura ed una stampa che attentino alla loro privacy.

Invece i nostri impediscono le intercettazioni telefoniche dei politici. Non ho visto sommosse di piazza. Dov'è che il mercato politico non funziona? Ai lettori l'ardua sentenza.

9 commenti (espandi tutti)

Buone argomentazioni, ma mi pongo un problema: supponiamo che io ritenga di non aver nulla da nascondere, ma che venga intercettata una mia telefonata ad un amico - nella quale si scherzi a proposito di comuni conoscenze - e pubblicata una parte di essa estrapolando ciò che possa maliziosamente essere interpretato in modo da procurarmi, incolpevole, un danno per avvantaggiare un mio avversario politico.

Tale scorretto comportamento dovrà, credo, esser sanzionato in qualche modo - che forse si può concordare - ma sappiamo bene che ciò non necessariamente cancellarà il danno dolosamente prodotto.

Quali considerazioni si possono fare in merito?

Buone argomentazioni, ma mi pongo un problema: supponiamo che io
ritenga di non aver nulla da nascondere, ma che venga intercettata una
mia telefonata ad un amico - nella quale si scherzi a proposito di
comuni conoscenze - e pubblicata una parte di essa estrapolando ciò che
possa maliziosamente essere interpretato in modo da procurarmi,
incolpevole, un danno per avvantaggiare un mio avversario politico.

Tale scorretto comportamento dovrà, credo, esser sanzionato in
qualche modo - che forse si può concordare - ma sappiamo bene che ciò
non necessariamente cancellarà il danno dolosamente prodotto.

Quali considerazioni si possono fare in merito?

Che se uno evitasse di avere un amico indagato (cosa peraltro difficile, per chi elogia criminali omertosi come "eroi" e abbraccia i pregiudicati per mafia) non rischierebbe che le sue parole fossero intercettate. 

Che se uno evitasse di avere un amico indagato (cosa peraltro difficile, per chi elogia criminali omertosi come "eroi" e abbraccia i pregiudicati per mafia) non rischierebbe che le sue parole fossero intercettate.

Non sono così sicuro (qualcuno lo è?) che non possa capitare di essere intercettati anche senza implicazioni di quel tipo e, comunque, il mio discorso ha valore generale, ma ...... ah, benedetta dietrologia, non se ne può proprio fare a meno, pare ..... :-)

Dunque, detto che mi pare ovvio (sbagliato e da evitare, ma ovvio) il tentativo d'impedire la fruizione di informazioni, pregiudizievoli per sé ma utili ad altri allo scopo di formulare giudizi completi, da parte di chi detiene il potere (a meno che millenni di poteri religiosi basati proprio sulla negazione dell'accesso alla conoscenza non abbiano insegnato alcunché .....), vorrei ritornare sull'originario piano generale.

La questione che ho posto - valendomi di un esempio, ma innumerevoli altri se ne potrebbero portare, come il caso di un giudizio espresso sull'abbrivio di una conversazione (per amor di polemica, irritazione, fretta ... a chi non è mai capitato?) che non corrisponda perfettamente, in realtà, al proprio pensiero, con successivo rammarico e chiarimento - credo andrebbe esplorata in due direzioni:

  • è il caso di porre limiti anche per quanto riguarda chi svolge attività politica o pubblica in generale (non è, dunque, il mio caso e la precedente soggettivazione era solo un artifizio dialettico con lo scopo d'indurre il lettore ad immedesimarsi in una situazione per meglio comprenderla) e, se sì, dove potrebbe essere opportuno, ragionevole, efficiente piantare i paletti, volendo anche evitare di arrecar danno a chi non abbia colpe?
  • come si può pensare di far rispettare tali norme ed, inoltre, come si deve agire per punire le infrazioni (ancor più quando dolose) e, contestualmente (cioé non dopo anni, quando l'azione abbia già dispiegato i suoi effetti, anche pesanti e di vario tipo), risarcire le vittime?

Per il modo in cui pone la questione DoktorFranz la questione é semplice. Rivelo l'intero contenuto della telefonata cosicché si comprende come quella frase, estrapolata dal contesto, aveva esattamente un contenuto innocuo e non quello maligno che gli avversari politici intendono attribuirgli. Alberto ci ricorda infatti che

il mercato rende impossibile nascondersi dietro alla privacy (qualora sia possibile …auto-costringersi pubblicamente a render note informazioni private rilevanti)

Aggiungo che lo standard informativo per un uomo pubblico deve essere diverso da quello di un comune cittadino. E', banalmente, una questione di agente-principale. Se i principali affidano ad un agente il compito di governare, hanno un comprensibile interesse a conoscere quelle news che rivelano qualcosa in più su di lui. All'argomento che quelle informazioni non sono rilevanti, é buona regola che sia il mercato a dirlo e non chi vuole occultarle. Se non sono rilevanti non avranno effetto, se lo sono, é bene che siano divulgate. 

 

In linea di principio, sottoscrivo parola per parola. Non penso, pero', che la questione posta da DoktorFranz possa liquidarsi cosi' facilmente... a meno di non pensare che ogni politico debba tenere in un armadio copia delle trascrizioni di tutte le proprie telefonate (autenticate da un "arbitro" imparziale, e' ovvio, perche' altrimenti il pubblico tendera' a credere a chi urla piu' forte...).

 

Non c'é bisogno di avere un armadio capiente: alla voce intercettazioni di wikipedia ci dicono che 

Le comunicazioni intercettate sono registrate e delle operazioni è redatto verbale. Al termine dell'attività di intercettazione verbali e registrazioni sono immediatamente trasmessi al pubblico ministero  Entro 5 giorni dalla conclusione dell'attività va effettuato il deposito degli stessi con in allegato gli atti di disposizione e di convalida. Gli atti sono a disposizione dei difensori e delle parti.

Semmai, se uno é un inveterato chiacchierone, ha bisogno di avere parecchi avvocati che spulcino fra le carte. Ma nel caso al quale sta pensando DoktorFranz credo che gli avvocati siano pagati a forfait e non un tanto a verbale. Almeno spero.

Al termine dell'attività di intercettazione verbali e registrazioni
sono immediatamente trasmessi al pubblico ministero  Entro 5 giorni
dalla conclusione dell'attività va effettuato il deposito degli stessi
con in allegato gli atti di disposizione e di convalida. Gli atti sono
a disposizione dei difensori e delle parti.

ma il problema sta qui. se vengono diffuse deve il gironalista difendere le sue "talpe"? serve qualche protezione "legale" per quel giornalista? qualcuno deve essere punito? chi? chi bisogna andare a indagare - se bisogna farlo - quando le intercettazioni sono ancora in mano al pubblico ministero e vengono diffuse? c'è automaticamente responsabilità o no? che fare quando sono pubblicate quando gli atti sono a disposizione delle parti? mi rispondo solo qui: a mio parere nulla. solitamente sono proprio le parti che diffondono le intercettazioni per vari calcoli personali. se per caso in quel momento sono già pubbliche... beh scusatemi.

Quali considerazioni si possono fare in merito?

se per caso stai parlando delle intercettazioni berlusconi-saccà allora io la metterei così:
supponiamo che io sia il capo dell'opposizione nonchè controlli un impero mediatico in condizioni di semi monopolio. supponiamo che io chiami un alto dirigente dell'azienda pubblica rai (l'altro corno del duopolio diciamo) e concordi con lui cosa fare o non fare anche in merito alle politiche industriali della stessa azienda pubblica (di una parte di essa ovvio). supponiamo che quel dirigente pubblico mi chiami "presidente" e si comporti come se fosse un mio dipendente dichiarandosi a me "fedele". supponiamo che addirittura si presti o si dica pronto a prestarsi alle manovre politiche in quel momento messe in atto da parte del mio gruppo politico (per esempio chiamando un altro suo amico per vedere di dare un lavoro alla moglie di un senatore in quel momento della maggioranza ma "in bilico"). supponiamo si parli anche di donne, di chi assumere o meno, di raccomandazioni e di molte altre cose (tra cui forse - ma forse no o non con l'alto dirigente - di sesso orale ricevuto da chi poi diventerà ministro)

supponiamo che l'intercettato non sia io, quello cioè chiamato "presidente" (la legge penso lo vieti) ma lui, il dipendente alto dirigente dell'azienda pubblica rai pagata con i soldi pubblici. supponiamo che le intercettazioni escano a puntate su giornali a me nemici. bene, sono proprio cazzi miei.

supponiamo però ancora che le intercettazioni guarda caso siano pubblicate ad opera di un altro grande gruppo mediatico presente però prevalentemente nel settore dell'informazione cartacea e radio. supponiamo che quel gruppo appoggi apertamente e sfacciatamente il mio principale concorrente politico. supponiamo che l'uso delle intercettazioni sia ragionevolmente politico perchè ben "dosate" ed "ad orologeria". supponiamo che quel gruppo politico-mediatico faccia balenare l'ipotesi di uno scandalo alla clinton e usi questo come manganello per far ritirare una legge in parlamento. beh, sono ancora proprio cazzi miei. ma non solo miei. in tutto questo non c'è proprio nulla di privato. la privacy non è di casa qui. è tutta materia che deve essere di pubblico dominio e se ci sono eccessi di zelo nel pubblicare, beh questi sono secondari (eppure da tenere in considerazione e risolvere!) rispetto al nocciolo del problema. in questo caso il mio difendermi dietro alla parola privacy significa solo il trasformare questioni che dovrebbero essere pubbliche, pubblicate e discusse in fatti privati, in chiacchere e scherzi tra amici. poco importa se i miei numerosissimi dipendenti, editorialisti e altro si attivino per difendermi e che dall'altra parte non ci siano di certo puri giornalisti guidati dalla solo deontologia professionale (giusto per usare un eufemismo), che la rai sia una cloaca (per dirla alla Facci), che facciano tutti così, che Scalfari sia un prezzolato al servizio di De Benedetti, che D'Alema si sia difeso nello stesso modo, che le intercettazioni siano accuratamente dosate per altri scopi da quelli propri al giornalismo, che ci siano problemi strutturali nel mondo mediatico italiano, che in italia ogni avviso di garanzia nei confronti dei potenti sia visto come un complotto, un'intrusione in affari privati e personali, o non si capisce bene cosa (vedi Abruzzo). Non c'è privacy che tenga. Poco importa anche che in italia ogni questione pubblica si sia ormai trasfromata in privata. E poi dove vederci qualcosa di privato (separato dallo stato, riservato ad una sola persona, particolare) io non lo so. Abbiamo un politico che aspira a diventare presidente del consiglio (ora lo è), un alto dirigente dipendente pubblico pagato con i soldi di tutti i contribuenti e, in mezzo, il malato sistema dell'informazione italiana. Essere "lasciati in pace" qui significa essere lasciati in grado di utilizzare impunemente la cosa pubblica per interessi personali e privati.

Queste quattro righe sono ovviamente faziosamente personali e riguardano un insieme di supposizioni da me formulate. Se ti stavi riferendo ad altro non tenere in conto queste mie considerazioni e passa oltre.

Grazie per l'interessante articolo.

Credo che andrebbe discussa la differenza tra informazioni private diffuse dall'interessato o col suo consenso sotto la pressione competitiva del mercato economico (investitori) o politico (elettori) e informazioni private diffuse senza il consenso dell'interessato.  A mio parere alcune informazioni private devono essere garantite, penso ad esempio la corrispondenza privata (in Italia protetta perfino dalla Costituzione) e le conversazioni private. Si tratta di diritti certo non inalienabili di fronte ad interessi generali superiori (per esempio un'inchiesta giudiziaria motivata) ma comunque diritti che in condizioni normali dovrebbero essere garantiti anche se agli elettori farebbe piacere (e sarebbe utile penso anche Paretianamente) conoscere la corrispondenza e le conversazioni private degli uomini politici. Per quanto riguarda quindi le informazioni private diffuse senza consenso, credo sia necessario concordate e normare in maniera ragionevole i limiti. Personalmente ritengo che sia corretto proteggere la corrispondenza privata, mentre ritengo non debba avere alcuna protezione per es. l'entita' dei compensi ricevuti dalle amministrazioni pubbliche a qualunque titolo (anzi, io le farei pubblicare sulla Gazzetta Ufficiale...).

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